NEL NOME DEL
BAGNO
Idroterapia e termalismo tra scienza e
credenze popolari nel Medioevo
di Giulia Orofino
Articolo apparso in "Kos", a. I,
n.3, aprile 1984.
Pubblicato per gentile concessione di Franco Maria Ricci Editore Spa, Milano
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Certamente il più sontuoso fra volumi promozionali dedicati alle virtù e ai piaceri di una stazione termale è il codice "De balneis puteolanis", con testi di Pietro da Eboli e miniature dalla forte impronta bizantina. Esso appartiene al Xlll secolo, età che vide rifiorire il termalismo, mai completamente scomparso, tuttavia, neppure nei secoli del pieno Medioevo, quando i "tiepidi lavacri" fecero di Aquisgrana una capitale carolingia. La Chiesa mirò infatti non tanto ad abolire, quanto a moralizzare l'idroterapia, avviando cosi il Cristiano a un corretto uso del bagno.
Il Medioevo visse
sotto l'incubo costante della malattia e del dolore fisico, segni esteriori del peccato,
della maledizione divina, "messaggeri del diavolo", resi endemici non solo da
condizioni di vita spesso disumane e da una diffusa realtà di malnutrizione, ma anche
dall'assoluta mancanza di una teoretica medica consistente e dall'inesistenza di una
diagnostica efficace.
Non c'è da meravigliarsi se in epoche di grandi incertezze terapeutiche la pratica termale, specie nell'accezione idro-minerale (crenoterapica) fosse considerata l'ultimo rifugio della medicina. Quando le solite erbe e pozioni risultavano inutili, quando fallivano persino i sortilegi e le invocazioni magiche, non restava che affidarsi all'azione curativa e purificatrice dell'acqua, consacrata da una tradizione di empirismo secolare e da un dottrinario sistematicamente formulato dal I sec. a.C., nonché avallata dalla Chiesa Cristiana. E un luogo comune credere che nel Medioevo la Chiesa si sia opposta con accanimento ai bagni, pratica pagana per eccellenza, abitudine igienica di cui l'epicurea società dell'Impero Romano aveva finito con l'esaltare soprattutto gli aspetti più morbosamente voluttuari, facendola degenerare in quel "diversivum vitiorum" già condannato da Seneca. Igiene e immoralità sono certo binomio comune nel Medioevo, ma se S. Benedetto consente l'uso dei bagni esclusivamente ai malati e solo ogniqualvolta è necessario S. Radegonda fa addirittura costruire una piscina nel suo monastero e un miniatore della fine dell'XI sec. la ritrae mentre è intenta a versare olio sul capo della sua discepola Animia, che fa il bagno in una tinozza di legno. Il Cristianesimo non fu aprioristicamente ostile all'idrologia, né dal punto di vista igienico né da quello terapeutico. Perpetuò anzi in senso cultuale e rituale quegli attributi purificatori che tutte le religioni avevano riconosciuto all'acqua, attraendola nell'ambito del divino. Così nel mondo greco-romano ogni asclepieio sorgeva accanto ad una fonte, in cui il postulante potesse mondarsi dalle impurità prima di accostare i sacerdoti; nel mondo ebraico il Talmud prescriveva il bagno non solo prima di entrare nel tempio, ma anche prima di accingersi allo studio della Legge. Nella Roma paleocristiana esistevano bagni per i pellegrini presso principali basiliche e gli ospizi, e terme liturgiche usate per le lustrazioni battesimali o per la preparazione di alt funzioni sacre.
Anche l'azione medicamentosa delle acque minerali poteva integrarsi con il concetto cristiano, visto che nella stess Bibbia è facile rintracciare espliciti riferimenti a fonti termali, come quella di Emmaus, o la sorgiva solforosa di Callirhoe, frequentata da Erode e citata già da Plinio o le acque purgative de Mare di Tiberiade.
Proprio nella Bibbia inoltre si può cogliere il rapporto tra virtù terapeutiche delle acque e fatti miracolosi guarigione di Namaan il lebbroso dopo sette immersioni nel Giordano, guarigione del cieco di Siloe che tanta parte avrà nel leggendario agiografico medievale. Numerosi sono infatti i Santi il cui nome è legato alla scoperta miracolosa di sorgenti termali nuove, o al riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa dei poteri guaritori fonti note in età classica. Emblematico il caso della sorgente del tempio di Esculapio all'Isola Tiberina di Roma, che poté mantenere la sua fama terapeutica in età cristiana e fino agli inizi del 1900 grazie alla leggenda, originata nel IV sec., del ritrovamento miracoloso in essa dei resti mortali dei SS. Martiri Esuperanzio e Sabino. Fu costume diffuso nel Medioevo dedicare terme e bagni ai Santi, tanto più se le malattie che vi si curavano erano connesse alle tradizionali proprietà taumaturgiche dei Santi stessi: il "Balneum S. Luciae", descritto nel XIII sec. da Pietro da Eboli nel suo "Nomina et virtutes balneorum seu de balneis puteolorum", era intitolato alla Santa proprio per lo specifico potere curativo oculistico delle sue acque, "medicamento agli occhi sia che una cataratta non inveterata li occluda, sia che li prema una nube". Alcuni bagni erano inoltre particolarmente efficaci i occasione di determinate ricorrenze religiose, ad esempio quelli di Baia nella Festa della Madonna, quelli del Senes di Rapolano il giorno di S. Gregorio. Assolutamente incompatibili con i precetti e la morale cristiana erano invece gli aspetti licenziosi, gli eccessi di lusso e lussuria che avevano trasformato gli stabilimenti balneari pubblici romani in poco meno che case di piacere, dove "non solum innubae fiunt communis, sed etiam veteres repuerascunt et multi pueri puellascunt". La promiscuità dei bagni misti, le violente sensazioni provocate dai passaggi repentini dall'acqua bollente a quella gelida, ripetuti fino all'esaurimento delle forze, i sottili piaceri di cui erano maestri i massaggiatori, le trovate di voyeurismo narcisistico quali gli enormi specchi che ingrandivano "quasi gigantea specie" i corpi dei bagnanti, "calamitis procacibus ad hoe irritamentum lasciviae introduetis", avevano già suscitato la riprovazione dei poeti imperiali. La Chiesa non poteva che prenderne apertamente le distanze: pur ammettendo la proficuità della pratica igienica, ne controllò severamente l'uso e invitò i cristiani a servirsi dei benefici bagni solo "causa... propriae salutis", castamente, senza indulgere ai facili diletti del corpo, poiché esso è, insieme all'anima, consacrato a Dio. I Padri della Chiesa giungono addirittura a capovolgere il potenziale erotico dell'abluzione, riconoscibile persino in certi episodi dell'Antico Testamento (da quello di Susanna concupita dai due vecchioni mentre si bagna nuda nel suo giardino, a quello di Davide invaghitosi della bellissima Betsabea dopo averla spiata dal terrazzo della reggia, mentre la giovane donna è intenta a lavarsi per purificarsi dall'immondezza mestruale) S. Agostino afferma infatti di aver usato i bagni come mezzo per allontanare le tentazioni.
Gregorio Magno nel VI sec. va ancora più avanti sulla strada della riconversione in senso cristiano delle terme come luoghi di perdizione, localizzandovi le pene purgatorio, nella volontà di dimostrare che anche dopo la morte il peccatore può, attraverso l'espiazione, salvarsi. Racconta infatti. nel primo di due aneddoti dei suoi "Dialoghi", la storia del diacono Pascasio, vissuto santamente alla fine del V sec., ma colpevole di aver parteggiato per l'antipapa Lorenzo contro il papa Simmaco. Molti anni dopo la sua morte il vescovo di Capua Germano (516-541c.), recatosi alle Terme di Agnano "Pro corpore salutis", vi trova Pascasio nelle vesti di garzone dei bagni, costretto a scontare "in hoe poenali loco" l'errore scismatico della sua vita terrena. Le preghiere di Germano valsero al dissidente diacono la salvezza. Nell'altro "exemplum" il ruolo di intercessore è ricoperto, anche questa volta con successo, da un prete di Centocelle il quale, avendo l'abitudine di andare a bagnarsi in un sito in cui da sorgenti calde emanavano salutari vapori, scopre che l'inserviente che lo aiuta a lavarsi altri non è se non l'ex proprietario di quelle terme, dove è stato rinviato "post mortem" a causa della sua condotta dissoluta.
E una sorta di legge del trapasso ante litteram, che approfitta delle caratteristiche particolari delle sedi prescelte per rappresentare il Purgatorio in terra: "l'alternarsi di cure calde e fredde corrisponde alla struttura dei luoghi purgatori tramandati al Cristianesimo dalle religioni più antiche".
Gregorio riesce così a far passare gli stabilimenti termali, simbolo della pagana civiltà romana, come posti di castigo: la punizione si subisce proprio nei luoghi deputati al peccato.
Nonostante queste poco allegre prospettive e nonostante le censure morali dettate dalla chiesa, l'alto Medioevo non perde però il piacere ludico del lavacro; il ciclotimico ipomaniaco Carlo Magno adorava bagnarsi nudo nella piscina del suo splendido palazzo di Aquisgrana, nota stazione termale rivalorizzata dal padre Pipino il Breve. Carlo faceva partecipi del godimento non solo gli amici, i figli, i nobili di corte, ma anche "Satellitum custodum turbam invitavit, ita ut nonnumquam centum vel eo amplius homines una lavarentur". Benché nei "secoli bui" il bagno fosse più comune di quanto si è soliti pensare, è dal XIII sec. che l'interesse per l'idrologia cresce straordinariamente e la valorizzazione degli impianti terinali riprende su vasta scala.
I miglioramenti delle attrezzature tecniche e la conseguente aumentata prosperità economica, le mutate condizioni sociali, e politiche, un diverso atteggiamento nei riguardi del corpo, che ritrova la sua dignità, e non ultima la penetrazione in Occidente, attraverso le Crociate, delle influenze mussulmane e del culto maomettano per la pulizia personale, contribuirono sicuramente a questa rinascenza.
A partire dal '200 l'igiene compie notevoli progressi nelle città europee; i bagni pubblici, compresi quelli in stile islamico o "hámmamát", si moltiplicano in Spagna, in Germania, in Francia, dove nella sola Parigi si contano nel 1292 non meno di 36 stabilimenti 15. Una fonte del XIII sec. descrive in maniera molto significativa i Bagni di Erfurt, consigliandoli calorosamente, poiché essi "... saranno per voi molto piacevoli. Se avete bisogno di lavarvi e amate le comodità, potere entrarvi con fiducia. Sarete ricevuti gentilmente. Una graziosa ragazza vi massaggerà onestamente con la sua dolce mano. Un barbiere esperto vi raderà senza lasciar cadere la minima goccia di sudore sul viso. Stanco del bagno, troverete un letto per riposarvi. Poi una donna graziosa, che non vi dispiacerà, con aria virginale vi accomoderà i capelli con abile pettine. Chi non le carpirebbe dei baci, se lui. ne ha voglia e lei non rifiuta? Vi si chiede pure un compenso, un semplice denaro basterà...".
Parallelo è l'incremento dell'utilizzazione medica delle acque minerali; in Italia si scoprono nuove fonti a Trescore, presso Bergamo, a Castelnuovo della Berardenga e a Borra, vicino Siena, a Castelforte di Gaeta. Si riprende contemporaneamente a scrivere sui bagni, anche se l'interpretazione della loro azione terapeutica resta praticamente la stessa che in epoca romana: depurativa degli umori corrotti, contro ciascuno dei quali vale la singola composizione delle varie acque, classificate in saline o alcaline, prescritte per le flussioni di capo e petto, l'idropisia, i temperamenti pituitosi; albuminose, per emorroidi, flussi mestruali abbondanti, sputo sanguigno, vomito; bituminose, buone per ammorbidire l'utero, la vescica e l'intestino; solforose, per contratture, nevralgie e nevriti; ferruginose, curative delle malattie dell'orifizio dello stomaco e della milza; vetrioliche, per le affezioni della bocca, delle tonsille. dell'ugola e per gli occhi. Alle prescrizioni mediche si aggiungerà poi la serie dei pronostici derivati dall'esame delle stelle raccolti e commentati dall'astrologo, sommo regolatore di tutte le manifestazioni della vita medievale e rinascimentale; i bagni sono vietati negli anni bisestili, dominati dal negativo Saturno, così come è infausto lo Scorpione, animale velenoso, mentre l'Ariete è favorevole alle docce, poiché nell'astrologia anatomica esso è il segno del capo, e le docce si prendevano appunto sulla testa. L'astrolabio di Iohannes Angelus, stampato ad Augsburg nel 1488, detta tutte le norme astrologiche da osservare perché il bagno risulti utile e proficuo, indicando le cattive disposizioni del Sole, della Luna, dei segni dello Zodiaco e dei Pianeti da evitare.
Veri e propri manuali pratici della salute, le opere medievali d'idrologia rispondono all'aumentata richiesta di guide d'orientamento per le migliaia d'infermi che tornano a ricorrere fiduciosi alle cure termali. La prova più significativa di questa tendenza è il poema composto da Pietro Ebolitano nella seconda decade del XIII sec., "Nomina et virtutes balneorum, seu de baineis Puteolanis", che descrive le qualità mediche di 35 bagni dislocati nei Campi Flegrei, ad ovest di Napoli, tra la città partenopea e Baia.
L'idrotermalismo aveva fatto della zona flegrea il più famoso centro terapeutico dell'età classica. Terra vulcanica e "infuocata", come dice l'etimologia greca della parola "Flegrei", "j l e g n r òz ", "l'ardente", e non solo in senso geologico, in essa si combinarono perfettamente le esigenze salutari e quelle del divertimento sociale, dato che fu anche uno dei più rinomati luoghi di villeggiatura dell'Impero Romano. Le delizie baiane attirarono con ugual fervore le lodi e i biasimi di scrittori e poeti, da Orazio ad Ovidio, e da Properzio a Seneca e Tertulliano sul fronte dei denigratori, spesso divenuti tali in seguito a delusioni e disavventure amorose subite nella corrotta Baia, dove, come ironizza Marziale, le donne arrivavano novelle Penelopi e partivano, con scorno dei mariti, trasformate in licenziose Elene. Che i bagni campani soddisfacessero pienamente "Gaudia qui gemino gestit de carcere fructu/et vita novit praetereunte fruetu", ossia chi "Avendo appreso l'arte di godere l'attimo fuggente, gode di cogliere il piacere prendendolo da due diversi frutti riuniti", è del resto provato dai poemetti reclamizzanti l'inaugurazione di nuovi stabilimenti, i cui gestori si vantano di offrire ai futuri avventori, oltre alle prestigiose acque termo-minerali, anche piaceri di altro tipo, altrettanto giovevoli e rilassanti.
Veri e propri luoghi istituzionalizzati alle gioie della carne, i bagni attiravano infatti attività non proprio pertinenti alle cure mediche; in una zona non molto lontana dal cosiddetto "Tempio di Mercurio", di Baia, in realtà una grandiosa sala termale del III sec. a.C., fu messa in luce una stanza su una delle cui pareti l'amante - o il cliente - un po megalomane delletèra Aerope tramandò al posteri, graffendolo sul muro, il numero incredibilmente alto dei suoi amplessi.
La fine dell'Impero Romano segnò la decadenza di Baia, ma nonostante gli effetti devastanti del bradisismo, che rese malarica e spopolata la zona e provocò l'interramento di numerose fonti, la fama delle acque e delle stufe o sudatori di Pozzuoli, Agnano e del Lago Averno non si spense neanche nel periodo oscuro delle invasioni barbariche. Descritte o citate da visitatori illustri durante tutto l'Alto Medioevo 25 I le terme del litorale napoletano videro un notevole ripopolamento nel XIII sec., sotto Federico II, cui Pietro da Eboli dedicò il suo poema, e che ebbe modo di sperimentare le qualità dei bagni di Pozzuoli tra l'ottobre e il novembre del 1227, in seguito ad una malattia che lo aveva colto a Brindisi, mentre si accingeva a salpare per la Crociata in Terra Santa. "lnquisitor et sapientìae amator", interessato a tutte le forme di cultura scientifica e curioso dei fenomeni naturali, Federico non poté non restare impressionato dalla singolare attività fumarolica e idrominerale della zona. anzi probabile che sia stata proprio la sua visita ai Campi Flegrei a fornire lo spunto per la formulazione dei famosi quesiti cosmologici che l'imperatore indirizzò a Michele Scoto in quello stesso anno, e che questi poi personalmente redasse. Federico vuol sapere dal suo scienziato ed astrologo, tra l'altro, come è possibile che in uno stesso luogo possano esistere tanti tipi diversi di acque, dolci e salmastre, bituminose, fredde, calde e tiepide, da dove scaturiscano e perché, benché abbondino in un punto, non si moltiplichino mai oltre la comune misura, ma continuino a sgorgare uniformemente.
Se Scoto, formatosi sugli autori arabi, cercò di risolvere le difficili questioni poste dal suo signore, compiendo ricerche e calcoli nuovi, Pietro da Eboli, poeta e cronista più che uomo di scienza non si pose nemmeno il problema. Il suo intento era quello di fornire alle masse popolari di malati che vedevano nelle acque l'ultima speranza di guarigione, a cui egli si rivolge direttamente nel Prologo del suo carme - "Vos igitur quibus est nullius gutta metalli/querita que gratis auxiliantur aquas" -, una guida semplice e pratica, di scorrevole lettura, redatta in versi, come del resto la maggior parte dei trattati igienici e medici del Medioevo, perché fosse più facile impararla a memoria. L'enorme diffusione dell'opera tra XIII e XV sec., sia nelle versioni manoscritte che a stampa, i volgarizzamenti in italiano, napoletano e francese, dimostrano che essa rispose pienamente allo scopo, soddisfacendo una domanda considerevole.
Le edizioni più preziose furono certo commissionate da personaggi nobili o stirpe reale, ma quelle più rozzamente illustrate o non illustrate affatto erano sicuramente destinate a lettori di meno insigni natali. Del resto tutti i manoscritti illustrati del De Balneis, compresi quelli di lusso, a cominciare dal codice più antico e vicino al perduto archetipo, l'Angelicano 1474, stupendo esponente della scuola miniaturistica fiorita alla corte di Manfredi nella seconda metà del XIII sec., fino a quello più tardo, il cod. Ambrosiano I. 6. Inf,. sontuosamente decorato nel 1471 da Cola Rapicano nello scripiorium aragonese di Napoli, sono accomunati dal fatto che essi ritraggono, in miniature veraci e spontanee, non la società elevata del tempo, ma la povera gente che cercava nei bagni sollievo alle sue pene.
E difficile ritrovare nell'ambiente descritto da queste miniature qualche riflesso dell'antico splendore che aveva attirato nei Campi Flegrei, trasformandoli in una vera Babiloniia turistica, la dorata aristocrazia romana. Le taverne, gli ubriachi notturni in giro per le spiagge, le belle donne a diporto sulle barche variopinte, le rose galleggianti sull'acqua, i locali risonanti di musiche e canti, le urla assordanti dei venditori di dolci e salsicce, degli imbonitori di bettole, dei depilatori ambulanti, sono scomparsi. Gli imponenti edifici classici sono ridotti a rovine, le ampie strade sono diventate sentieri impraticabili e malsicuri, ma è soprattutto cambiata la fruizione sociale delle terme. In unepoca in cui povero, malato, pellegrino e vagabondo sono quasi sinonimi, le turbe di indigeni e forestieri che si accalcano nei bagni somigliano, più che ad un'allegra brigata di gaudenti, a una disperata corte dei miracoli. I malati venuti da lontano col fardello attaccato al bastone, a piedi o sugli asini - ms. Ang. 1474, f. 3 -, sono accolti in tende, cripte e spelonche.
La vita delle terme non ha però perso qualche allettamento. Incitati dai poteri di acque che allietano gli animi, allontanano i sospiri, rendono solleciti verso l'altro sesso, "Balneum Juncara rendono i tristi esultanti e esilarano i mesti, '13alneum Petrolei", i clienti medievali sono pronti a sfruttare i piaceri offerti dai bagni, primo fra tutti. in un mondo dominato dall'orrendo spettro della fame, il gusto del mangiare. La cura nel '13alneum Calatura", che ha la proprietà di risvegliare l'appetito e debellare l'inappetenza, è infatti seguita da un lauto banchetto - ms. Ang. 1474, f. 7 -.
Le lusinghe non si limitano a quelle della gola e, man mano che si avanza nel, Medioevo, la moda dei soggiorni termali torna ad esercitare la sua irresistibile forza d'attrazione non solo per fini puramente terapeutici, ma sempre più apertamente ludici. Il divertimento troverà addirittura una sua giustificazione medica: dopo il bagno si deve assolutamente fuggire la quiete e stare in continua allegria, come consiglia Alessandro Gonzaga alla cognata Barbara di Brandeburgo, sia per mantenere in movimento gli umori, sia per evitare la sonnolenza, che impedisce l'eliminazione delle superfluità prodotte dal bagno stesso.
Prima che il terremoto del 1538 distrugga gran parte delle strutture termali, anche i Campi Flegrei rivivono un loro periodo di magnificenza; la corte angioina e poi quella aragonese frequentano le terme, promuovendo feste, ricevimenti, balli e cacce. I bagni di Baia riconquistano nel '300 e nel '400 la fama di luoghi di delizie, in cui il tema letterario-iconografico della Fontana di Giovinezza, spogliato di ogni connotazione mistica o religiosa, può tradursi in affascinante realtà. Qui possono estrinsecarsi liberamente i soavi influssi esercitati sui mortali dal pianeta Venere e si esaltano le penetranti voluttà della vita - "Quivi... non mai senza festa e somma allegrezza... la maggior parte del tempo ozioso trapassa, e qualora più è messo in esercizio, si è in amorosi ragionamenti, o le donne per sé, o mescolate co'giovani; quivi non si usano vivande se non delicate, e vini per antichità nobilissimi, possenti nonché ad eccitare la dormente Venere" -. Essi tornano a suscitare le amare invettive di amanti traditi -
"Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco. Boschi selvaggi le tue piagge siano, e le tue fonti diventin veneno, né vi si bagni alcun molto né poco: ché hai corrotto la più casta mente che foss'n donna con la tua licenza" - e ad ispirare la raffinatissima vena erotica del Pontano.
Le miniature trecentesche e quattrocentesche del De Balneis riflettono questo mutamento, indulgendo, nel rappresentare uomini e donne nudi immersi nelle acque, a sottolineare le seduzioni giocose ed erotiche eccitate dalla nuova situazione di promiscuità e trasformando persino una normale operazione di natura medica come il clistere, in saporoso aneddoto.
A parte tali divagazioni, stimolate del resto, oltre che dai costumi contemporanei, dal "senso giocando della vita". tipico del poema di Pietro e abbastanza raro nella letteratura medica, l'apparato iconografico che accompagna senza rilevanti variazioni il trattato, unico tra quelli d'idrologia del XIII e XIV sec. ad essere illustrato, privilegia il carattere didascalico ed esplicativo del corredo figurativo. Conformemente alla tradizione illustrativa delle opere scientifiche propria dell'Italia del Sud, disegni e miniature dei manoscritti del De Balneis, tutti prodotti in ambito campano-meridionale, servono da commento al testo, assolvono la funzione di renderlo immediatamente comprensibile attraverso la trasposizione visiva dei suoi dettati, con una fedeltà letterale a volte impressionante. Così per esempio se Pietro afferma che il Lago Agnano, presso cui sorge il " Balneum Sudatorium", è "ranis plenusque colubris", il miniatore del codice Angelicano si affretta a riempirlo di rane e serpenti - f.2 -, e se i versi dicono che l'acqua del "Balneum De Ferris" "habet ferruginis instar", egli distingue quest'acqua medicamentosa con lumeggiature rosse - f. 13 -. Senza precedenti iconografici diretti, poiché la raffigurazione di bagni che non siano quelli nelle semplici tinozze legno è rara prima del XV Sec. 381 le miniature descrivono con chiara capaci di resa realistica gli interni degli stabilimenti, riproponendo i diversi tipi architettonici degli edifici, popolati da bagnanti che indicano con la mano la parte malata del corpo o eseguono le istruzioni del testo andando a prendere l'acqua da un'altra fonte, lavandosi la testa, bevendo il liquido guaritore. In tutte traspare una profonda simpatia umana verso i sofferenti e un senso di solidarietà spesso venato da tocchi drammatici, come nel " Balneum Tritul e nel "Balneum Silviana", - ms. Ang. 1474, ff. 15, I. 6 -, dove i pazienti già sanati dalle loro pene invitano con gesti rincuoranti i nuovi arrivati che timorosi stanno per scendere al bagno. Altrettanto vivace ed immediata è la rappresentazione del paesaggio vulcanico e della vita che gravita intorno alle terme: inservienti e garzoni sono colti nell'atto di scavare per far scaturire lacqua, - ms. Ang. 1474, f. 8 -, o di porgerla da enormi tinozze ai malati che la devono bere, o di trasportarla con botti dalle sorgive sotterranee ai bagni; o ancora mentre alimentano con i mantici le fiamme che servono a provocare l'emanazione di fumi di zolfo nella zona circostante il '"Balneum Sulfatara", la cui temperatura è saggiata da una donna vestita, a destra della vasca, - ms. Ang. 1474, f. 4 -.
La raffigurazione di malati adagiati ne loro letti entro locali annessi alle stanze da bagno e ai sudatori lascia supporre la presenza di ostelli e veri e propri ospedali in vicinanza degli stabilimenti del tipo di quello, fornito di ben 100 letti, fondato nel 1298 da Carlo II d'Angiò presso Tripergole, una delle fonti più frequentate tra Baia e Pozzuoli. Lo stesso Carlo II incaricò il medico Giovanni de Simone di visitarvi i malati e prescrivere loro i trattamenti crenoterapici più adatti al recupero della salute. L'organizzazione delle terme puteolane doveva del resto prevedere una forma sia pure embrionale di assistenza sanitaria, garanzia di un certo controllo dell'uso delle acque, poiché molte miniature mostrano medici che soccorrono gli infermi e somministrano le bevande salutari.
E stata avanzata l'ipotesi che lo stesso Pietro da Eboli fosse un medico dotato quindi di un'esperienza professionale acquisita "in loco". In realtà il linguaggio tecnico da lui adoperato nel De Balneis corrisponde a quello canonizzato del tempo, e le indicazioni sulle virtù terapeutiche attribuite alle acque sono improntate ad un sano empirismo, come i consigli pratici sporadicamente elargiti nel corso del poemetto: chi soffre di eczemi e di idropisia deve fuggire dalle salse e dai legumi; chi è sudato deve evitare il bagno e non deve bere acqua. Il suo trattato, ascrivibile a pieno diritto all'antica tradizione medica dell'Italia del Sud, ci offre inoltre un quadro preciso delle grandi malattie che afflissero il Medioevo: malattie nervose, soprattutto il "mal di capo perenne"; delle vie respiratorie: tosse, raucedine, polmoniti e il famoso "languor", forse da identificare con la tubercolosi; malattie degli organi di senso: occhi cisposi o "annebbiati" ronzio auricolare; febbri terzane, quartane, anfimerine, quotidiane e intermittenti, che "consumano" e "essiccano" il corpo; artriti, reumatismi; gotta, sciatica e podagra; idropisia; malattie dell'apparato digerente; malattie ginecologiche; malattie della pelle: eczemi, erpeti e serpigine, lebbra, scabbia, ulcere, tumori, scrofole; malattie delle vie urinarie.
A volte Pietro arriva persino a spiegare, anche se in maniera non molto ortodossa, la nascita di alcuni mali in seguito ad abitudini sbagliate: a proposito del "Balneum Fons Episcopi", ritenuto ottimo per curare artriti e podagra, egli aggiunge che "il genere pontificale l'ha sperimentato, poiché ai prelati nuoce la vita sedentaria, spesso mancano per dolore ai piedi: per costipazione l'aria reca dolore al ventre e i fianchi crepitano", e termina con l'esortazione "siate moderati nei cibi, affinché non si affatichino gli organi della digestione, causa frequente di malattia".
Tutti questi indizi di un sapere tecnico sono indiscutibili, ma bisogna riconoscere che la parte lirica ha spesso il sopravvento su quella medica, e che Pietro mostra una spiccata propensione verso il tono favolistico e miracolistico, specie quando, per suscitare credulità e speranza nei contemporanei aspiranti alla balneoterapia, è portato ad esagerare i pur reali benefici delle acque. Delle 35 fonti descritte nel poema, pochissime sono quelle che hanno proprietà guaritrici esclusive per specifiche malattie. Tra queste è la "Fons Silvianae", che cura la "matrice" di qualsiasi umore sia gravata, e ogni affezione ginecologica, elimina la frigidità e la sterilità, potere quest'ultimo che susciterà nella seconda metà del XV sec. i lazzi di Loise de Rosa, com'era già avvenuto in età romana per simili acque, fatte oggetto di satire e commenti poco benevoli. Il "maestro di casa" della corte aragonese, nel sapido dialetto puteolano-napoletano dei suoi "Ricordi", non si perita di dare questo consiglio: "... se volisse imprenare tua mogliere, portala a lo vagno de Sarviata, e tu fa lo dovere con tua mogliere, ca la donna non se imprena de acqua cauda. Quasi tutti gli altri bagni citati da Pietro curano non meno di 8 o 10 malattie e rarissime sono le controindicazioni; questa incredibile polivalenza terapeutica delle acque, alcune delle quali preverrebbero addirittura ogni tipo di male, è dettata dal carattere eminentemente propagandistico, più che strettamente scientifico, del trattato. Allo scopo di avallare la bontà delle terme, l'autore del De Balneis afferma, in base a non si sa quanto veritiere esperienze personali, di aver visto dei calcolosi i quali, bevuta l'acqua calda del "Balneum Petrae", "ebbero l'urina pietrosa", il che è abbastanza plausibile, ma anche, e qui il nostro assume toni quasi millantatori, di aver veduto sordi riacquistare l'udito e orbi la vista, un uomo ridotto pelle e ossa rimettersi in poco tempo, e ancora un tale che, arrivato con le stampelle, se ne tornò a casa sano dopo essersi immerso nel "Balneum Pugillus", mentre il "Balneum Orthodonicum" può far resuscitare i moribondi.
Di fronte a così straordinari miracoli, Pietro è costretto ad invocare l'intervento del sovrannaturale; in un bagno come il "Balneolum", che oltre a curare qualsiasi febbre, conforta il capo, lo stomaco, le reni e le altre membra, toglie la nube che offusca la vista e per di più giova ai consunti per fame patologica, il paziente non può non avvertire la "presenza divina". Persino la "Piscina Probatica" di Gerusalemme, le cui acque, increspate una volta all'anno da un Angelo, acquistavano la virtù di guarire tutte le malattie a chi per primo riuscisse a tuffarvicisi, scompare di fronte alle acque del "Balneum Trituli". I poiché esse "mosse ogni giorno, curano molta gente".
are chiaro che ad ispirare il fantasioso Pietro non furono gli scritti dei grandi medici, come egli stesso vorrebbe arci credere, indicando nel colto archiatra bizantino Oribasio la sua fonte principale, ma la diretta conoscenza del territorio flegreo e la tradizione locale, mediata dalle iscrizioni che in età classica descrivevano, a vantaggio dei malati, le qualità di ciascun bagno puteolano. Pietro deriva dalla tradizione medievale propria dei Campi Flegrei anche il senso del meraviglioso, le leggende che avevano trasformato nell'ímmaginazione popolare, con un tipico processo traspositivo dei miti pagani, il "Sudatorium" di S. Germano nell'ingresso del Purgatorio e il "Balneum Tripergula", nei pressi del Lago Averno, nel luogo in cui Cristo infranse le porte dell'Inferno per trarne i Santi Padri.
Quella stessa tradizione popolare coinvolge soprattutto, benché non siano espressamente ricordate nel '"De Balneis", le favolose storie legate alla figura di Virgilio Mago. Dal XII sec. il nome di Virgilio è infatti associato a quello dei bagni di Pozzuoli, che grazie a tale connessione acquistano reputazione internazionale. Ritenuto benefico protettore di Napoli, città in cui aveva, per arte magica naturale, "facte le chiaviche", cioè le fogne, determinato la "piacevolezza dell'aiero" debellando la malaria, importato erbe "salutifere et medicinali" per la sanità dei cittadini, forgiato talismani per guarire dalle infermità i cavalli. Virgilio avrebbe anche edificato i bagni, "Per la comune salute de li cittadini di Napoli e per la utilità di tutta la repubblica".
Il poeta si sarebbe preoccupato di dotare ogni stabilimento con iscrizioni e figure esplicative della particolare efficacia delle acque in relazione ai morbi da esse curati, "a ciò che li poveri malati senza aiuto o consiglio di medici li quali senza alcuna carità domandano esserne pagati, potessero de la desiderata sanità trovare rimedio di loro infirmitate". Le "diverse vertude" di quelle terme suscitarono però l'invidia dei medici della vicina e famosissima Scuola di Salerno, invidia degenerata in aperta violenza quanto tre di essi, Antonio Solimena, Filippo Capogrosso ed Ettore da Procida, si presero la briga una notte, "navigando a li detti bagni" di "diguastare tutte le scritture e pinture scritte e pinte in de li bagni con ferri et altri instrumenti"; la giustizia divina non mancò di punire gli iniqui, e sulla strada del ritorno essi "furono assaltati da una grandissima tempesta e fortuna di mare, onde tutti annegaro... excepto uno, lo quale manifestò questa cosa".
L'episodio, pur nel tono favolistico, si basa su una precisa realtà: l'antagonismo esistente nel Medioevo tra la celebre Scuola Salernitana, rappresentante della medicina ufficiale, cui Federico II aveva concesso la facoltà di conferire il titolo d'abilitazione all'esercizio della professione medica in tutto il Regno, e i Bagni di Pozzuoli, istituzione pubblica fondata su principi tradizionali e precipuamente pratici, messi alla portata di tutti, che rischiava di offuscare il primato salernitano. Echi dell'incompatibilità tra le Terme baiane e flegree ed i medici "ufficiali" si ritrovano ancora nel XV sec., in un sonetto degli "Hendecasyllabi" pontaniani che bene illustra, con accenti scherzosi ma efficaci, i termini della polemica:
"O Galateo, te le fanciulle del Gauro aspettano che faccia il bagno nell'onde calde: te, che sei medico, aspetta il lido che dà salute.
Si svaga un medico: gongoli Baia, fa il bagno un medico: le terme esultino. Ma perché mai queste risate, questi sogghigni, quando ti bagni, o vecchio ernioso ? Ma perché mai quando tu nuoti, vecchio panciuto ? Ma non è giusto che te ne angusti tu che sei medico, quando sei solito di queste risa piuttosto stupide fare vendetta con un clistere, con un decotto di malva e bietole, con un po d'olio, di sale e Miele". Si trattava di un conflitto d'indirizzi, perché i Salernitani erano sempre stati molto tiepidi nei riguardi della balneoterapia, limitandosi a consiglia bagni di vapore per scacciare le ventosità, per rimuovere ad espellere gli umori, per provocare il sonno ed allontanare le convulsioni, e i bagni in generale per curare gli umori putridi, le febbri terzane e quartane e per aprire i pori ai tisici, ma aggiungendo subito labbondante serie di controindicazioni.
Si trattava anche di conflitti d'interessi non solo perché i Bagni di Pozzuoli erano gratuiti e quindi toglievano eventuali clienti ai dottoroni della "Cit ippocratica", ma anche perché questi ultimi dovevano difendersi dai medici del Collegio Napoletano, che invece prescrivevano in larga misura le cure termali.
Nella contesa, Pietro da Eboli giocò un ruolo fondamentale a favore dell'idrologia: la sua qualificata opera propaganda sui bagni flegrei, improntata soprattutto sulle virtù miracolose e sulla gratuità delle acque, concorse in maniera notevolissima alla divulgazione in ambito popolare della crenoterapia.
Giulia Orofino