LA VIA ADRIATICA ALLA VACANZA
di Ferruccio Farina

Testi tratti da F. Farina, Le Sirene dell'adriatico, 1850 - 1950, riti e miti balneari attraverso i manifesti pubblicitari, Milano, Motta, 1995, catalogo della mostra.

SOMMARIO

LA VIA ADRIATICA ALLA VACANZA

SEGNI E SOGNI

 

LA VIA ADRIATICA ALLA VACANZA

IL VIRUS DEI BAGNI DI MARE

Bagni di mare come terapia, poi come villeggiatura. Poi fu vacanza, e infine turismo di massa. Il tutto con la dinamica espansiva di un vero e proprio virus. Un virus benigno, però, che ha portato l’uomo a migliorare la qualità della sua vita. Un virus lento, che ha impiegato duecento anni per diventare patrimonio genetico consolidato di una intera civiltà.

Dapprima fu qualche caso isolato, poi il radicarsi di un focolaio, poi continue espansioni e migrazioni alla ricerca dell’ habitat migliore per attecchire e per espandersi. Sempre con sistematiche mutazioni genetiche per adattarsi alle reazioni dei luoghi e delle persone.

I primi segnali dell’epidemia si manifestarono sulle coste della Manica e i primi ad essere colpiti furono individui dal sangue blu, o almeno con geni altoborghesi.

Due sono le date da segnalare per connotare il fenomeno: il 1750 e il 1789.

Alla prima, il dott. Richard Russel dà alle stampe il suo De Tabe Glandulari sive usu de acquae marine dissertatio, poi volgarizzato con il titolo A Dissertation on the Use of Seawater...., un trattato con cui dimostrò scientificamente all’Inghilterra erudita che l’acqua di mare fa bene.

Alla seconda, Giorgio III d’Inghilterra effettuò a Weymouth uno storico bagno regale al suono di God Save great George our King.

Dopo che il re d’Inghilterra s’era immerso pomposamente, nessun regnante d’Europa restò immune dal contagio. Primo fra tutti Napoleone Bonaparte, avvantaggiato rispetto ai suoi colleghi coronati dalla frenetica mobilità che lo portava da una costa all’altra del Mediterraneo e dell’Atlantico. Tra i suoi bagni celebri, le cronache ricordano quello che fece a Biarritz nel 1808, che segnò le fortune di quella località. I suoi famigliari non tardarono ad imitarlo: nel 1812 Ortensia di Beauharnais, regina d’Olanda e moglie di Luigi Bonaparte, stupì gli abitanti di Dieppe con un bagno davvero regale, immergendosi con un elegante completo di lana color cioccolato; nel 1817, Luigi, marito di Ortensia, faceva bagni di mare sulle coste adriatiche; nel 1820 la bella Paolina si costruì una villa sul mare di Viareggio; e nel 1823 Luciano, altro fratello, girava insieme ai suoi famigliari le coste romagnole e marchigiane alla ricerca di bagni rinfrescanti.

Il contagio avveniva sulle spiagge, nelle corti e nei salotti europei. Attraverso processi di imitazione o dei semplici passaparola.

Le direttrici su cui l’epidemia si diffuse in Europa, dopo aver attraversato la Manica, furono sostanzialmente due: quella "atlantico-mediterranea" che si propagò invadendo le coste francesi e spagnole dell’Atlantico, poi quelle francesi del sud, per ripiegare infine su quelle liguri e tirreniche; e la direttrice "mitteleuropea" che, attraverso Olanda, Germania e l’impero austroungarico, sbarcò a Trieste per invadere gradualmente tutto il bacino adriatico.

Ed è facile capire perché il virus tentasse di spostarsi a sud: bene fare i bagni per cura, bene godere tra i flutti dei mari tempestosi, ma tra l’immergersi a Brighton con 15 gradi (Reaumur) di temperatura piuttosto che a Fano con 20, c’era, e c’è, una bella differenza.

 

I PRIMI ESPERIMENTI SULL’ADRIATICO

Nell’estate 1762, una memoria di polizia registra un fatto scandaloso accaduto al Lido di Venezia, ancora un’isola piena di dune e acquitrini, abbandonata e sconsacrata e frequentata per lo più da "femmine di malavita": due uomini di " buona apparenza" arrivarono insieme a una "signora politamente vestita"; si spogliarono, tolsero l’abito alla donna, le misero una lunga camicia che "toccava fino a terra", "la presero per le braccia e la condussero nell’acqua". Le "levarono poi il camiciotto e restò nuda". E furono scherzi e insolenze a non finire che scandalizzarono non poco i presenti.

Certo, quella dell’allegra brigata, era anche voglia di bagni di mare, ma che s’andava a collocare al di fuori di ogni regola del vivere civile e non aveva nulla a che fare con gli insegnamenti del dott. Russel e dei suoi seguaci, o coi bagni dei principi o dei ricchi borghesi. Almeno in apparenza. E poche, o nessuna, erano le possibilità che un episodio del genere potesse essere imitato da parte della gente per bene. Un’avventura isolata, una stravaganza, senza nessun segno d’origine apparente.

Una traccia di matrice "mediterranea" si registra a Rimini, nel 1790: una nobildonna di origine irlandese, la bellissima Elisabeth Kenny, moglie del marchese romano Giuseppe Rondanini ed amante del nipote del Papa Pio VI, si fermò a Rimini per quindici giorni per compiere un ciclo di immersioni marine durato quindici giorni, puntualmente annotato da un cronista del tempo. Un’episodio che segna la partenza ufficiale della contaminazione sulla costa romagnola.

Poi, per qualche tempo, nessuna altra traccia significativa, ad oggi nota. Almeno fino al 1814, data a cui risale un documento che permette di tracciare un’altra tappa importante del diffondersi della voglia di bagni di mare sull’Adriatico: il 15 luglio 1814, il delegato apostolico di Pesaro, Luigi Pandolfi, provocato dallo "scandolo cagionato nei passati tempi dalla scostumatezza di alcuni ne bagni sì di mare, che di acqua dolce" emana un editto, che vietava a chiunque di nuotare "ignudo in vicinanza dell’abitato, del passeggio o della spiaggia". E fissava le spiagge ove potevano prender bagni le donne e gli uomini, opportunamente divisi e distanti tra loro. Non che non ci si potesse spogliare delle vesti, ribadiva deciso Pandolfi, ma solo "nel punto immediatamente prossimo del luogo del bagno". E bisognava spogliarsi e rivestirsi, "senza indugio", per il tempo strettamente necessario all’immersione.

Quindi a Pesaro, e presumibilmente anche nelle altre località della costa, a quella data c’era già chi, incurante del pudore, andava in spiaggia e s’immergeva. Niente attrezzature, solo bagni nature, a quanto pare.

A Pesaro, ancora un indizio. Dal 1817 al 1820 nella tranquilla cittadina dello Stato pontificio, soggiornò con la sua piccola corte in esilio, la principessa di Galles, Carolina di Brunswich. Moglie di quel principe Giorgio che diverrà Giorgio IV d’Inghilterra, che aveva impiantato a Brighton il suo Royal Pavillon per trascrorrevi l’estate tra bagni e dissolutezze; e che era figlio di quell’altro Re Giorgio, il III, dello storico bagno a Weymouth del 1789. Ed era anche madre, Carolina, di quella Carlotta che aveva adottato il piccolo paese di Southend, sulla Manica, per farne una luogo di balneazione dopo averne scoperte le qualità dal 1801. Anche se nessun documento ne parla, è difficile pensare che l’esuberante principessa fosse immune da quella mania che caratterizzava tutti i suoi famigliari e che non si fosse concessa delle immersioni durante i suoi soggiorni marchigiani. Ma i cronisti pesaresi non ne parlano; ormai avvezzi ad ogni sua stravaganza, erano forse più attenti alle sue passioni amorose che a suoi eventuali bagni di mare.

Sempre in quegli anni, sulle spiagge pontificie, si registrano altri episodi balneari di derivazione "mediterranea". Nel settembre 1817, Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone, ex re d’Olanda, marito di Ortensia di Beauharnais e padre del futuro Napoleone III, si fermò a Rimini cinque giorni per "fare bagni di mare". E cinque anni più tardi un fatto curioso: il 30 agosto 1823, Luciano Bonaparte, altro fratello dell’imperatore, fu a Rimini con le donne del suo seguito che si recarono a prendere il bagno "né soliti casotti" sulla spiaggia. Tre scanzonati giovanotti spiarono la loro intimità dalle "fenditure delle tavole", provocando le ire del principe che non fece più ritorno in città.

A Rimini, dunque, a quella data, i "casotti" erano "soliti", ci si bagnava - qualcuno si bagnava - con naturalezza, ci si era in qualche maniera attrezzati per spogliarsi e per bardarsi da bagno. A farlo erano per lo più forestieri, la cui presenza costituiva per la città, come appare dai toni dei cronisti, una stranezza. Anche se, come si sa, anche le stranezze hanno effetto contagioso.

A Rimini, o a Pesaro, quindi, ci si bagnava un po’ alla buona, senza particolari attrezzature o macchinari, come quelli che s’erano già affinati nei mari del nord Europa.

Infatti, sulla coste della Manica e dell’Atlantico, battute da forti maree, il problema di disporre di un attrezzo per potersi bagnare con tranquillità, era stato risolto nel 1753, quando un quacchero, Benjamin Beale, inventò la prima "Bathing-machine": una sorta di capanno mobile su due ruote, che, trainato da cavalli o da somari, portava i bagnanti fin dentro l’acqua e permetteva di immergersi da una scaletta, al riparo da sguardi indiscreti dentro una sorta di tunnel di stoffa.

Sull’Adriatico., invece, la prima iniziativa di tipo "industriale", in fatto di bagni, arrivò sulle linee della direttrice "mitteleuropea", e sbarcò a Trieste sotto l’emblema della corona bicipite.

E’ a Trieste, infatti, nel 1823, che un tale Domenico Angeli inaugurò il "Soglio Di Nettuno", uno stabilimento per bagni marittimi ormeggiato di fronte al Lazzaretto vecchio; il primo di una serie nutrita che comparirà di lì a poco e che caratterizzerà il ciclo sperimentale dell’evoluzione della civiltà balneare sull’Adriatico: quello "dei galleggianti", appunto. Si trattava di chiatte più o meno grandi, più o meno architettonicamente pompose, con una serie di camerini e di servizi disposti attorno ad una grande apertura sull’acqua del mare. Erano attraccati nelle insenature dei porti e potevano essere spostati. Permettevano un rapporto col mare davvero limitato.

Dieci anni dopo il "Soglio di Nettuno", anche Venezia scopre l’utilità pubblica di imprese di tal genere: nel 1833 il Regio Istituto Veneto di Scienze e Lettere incoraggiò con un premio in denaro la costruzione del "Grande Stabilimento Galleggiante", "inventato" dal dottor Tommaso Rima, iniziativa sorta anch’essa sotto gli auspici dell’Imperatore d’Austria Francesco I.

Dapprima, "fu costrutto un edificio provvisorio sopra zattere con una vasca grande pel nuoto, vari stanzini per vestirsi e per spogliarsi e due camerini separati pei bagni nell’acqua naturale". Poi, dal 1835 fu ampliato e dotato gradualmente delle più "moderne" attrezzature per "bagni caldi e freddi, dolci e salsi, semplici e medicati, a vapore e docciature".

Attraccato nei pressi della Chiesa della Salute, era lungo 123 metri e largo 17. Nel 1835 aveva una cinquantina di camerini-spogliatoio ed era stato dotato di buffet, caffè e trattoria. Un bagno costava 1 Lira austriaca.

Attraccate allo Stabilimento, v’erano anche le "Sirene", un’altra "invenzione" del dottor Rima: si trattava di gondole o di piccole imbarcazioni senza fondo ove praticamente si poteva stare a "bagno maria" passeggiando tranquillamente in laguna al riparo da occhi indiscreti. Un simpatico "attrezzo personale", diceva il dott. Rima, ove il bagnante "resta in arbitrio di stare o diportarsi al tempo stesso col bagno e con la vista della meravigliosa città". Tanto simpatico e di successo che Camillo Boito, nel suo romanzo "Senso" vi collocò anche l’incontro appassionato del tenente Remigio con la contessa Livia. Episodio che, purtroppo, non fu ripreso da Luchino Visconti nel suo film.

Venezia, occupata dagli austriaci, "posta in seno al mare ond’era un giorno signora, cinta e intersecata in ogni parte da esso, difettava d’un luogo sicuro pel nuoto," sembrava cercare una nuova strada per dominare l’Adriatico.

Lo stabilimento Rima, come affermava una memoria illustrativa del tempo, si era proposto di "competere con i più reputati di Trieste", e non temeva concorrenza: solo Venezia "poteva offrire il complesso di molte circostanze ... In nessun altro porto sì è tanto al sicuro né si può trovare un sì vasto recinto per girare tranquillamente coi piccoli galleggianti per bagni ..., in nessun luogo sono tanto ignoti i perniciosi venti boreali..., nessuna città offre il comodo di ampi e profondi canali e preziosi monumenti d’architettura, dilettevoli a pascere l’occhio...".

La risposta al preteso primato veneziano arrivò qualche anno più tardi, quando il medico triestino Augusto Guastalla, nel suo "Studi medici sull’acqua di mare" edito nel 1842, dichiarava:

"In complesso gli stabilimenti di Trieste meglio assai possono prestarsi che quelli di Venezia... perché nelle lagune ove si trova lo stabilimento di Venezia sboccano grandissimi fiumi e strabocchevoli torrenti...; perché dalle lagune si emana continuamente d’estate un odore disgustoso, poco utile di certo alla salute dei bagnanti ..., cosa che non avviene da noi ove la città tutta nuova è mantenuta con estrema nettezza...; perché finalmente nel porto di Trieste, in grazia della sua profondità, l’acqua vi è sempre limpida e scevra da ogni immondezza, mentre che la laguna ove sboccano i canali di tutta la città è impossibile che conservi quella nettezza che si richiede indispensabilmente in un buono stabilimento da bagni marini".

Era iniziata l’impresa dei bagni ed era iniziata la concorrenza.

Anche in un altro porto, in quegli stessi anni, s’andavano sperimentano le medesime "invenzioni".

Il 26 giugno 1835, ad Ancona, una società di privati capitanata dal conte Ludovico Rocchi, un nobile, naturalmente, annunciava dello "Stabilimento dei bagni marittimi dorici in Ancona", uno stabilimento galleggiante attraccato al molo del Lazzaretto vecchio. "Mancava Ancona di questo salutare stabilimento ed era meraviglia che in un Porto di Mare non vi fosse modo per i Cittadini di bagnarsi nelle proprie acque", dichiaravano i promotori. E "le persone che fossero in caso di giovarsene..., invece di avventurarsi nelle spiagge con incomodo e senza vantaggio, anzi con pericolo di peggiorare il loro stato fisico, essi ameranno meglio, senza meno, di usare delle acque di Ancona in un locale appositamente disposto dove troveranno tutte le comodità desiderabili...".

Insomma, nelle tre località adriatiche che potevano vantare uno stabilimento nei loro porti, Trieste, Venezia e Ancona, inizia fin dalle origini una serrata battaglia per affermare il primato adriatico della balneazione.

E il modello dei "galleggianti" ancorati nei porti, sembrava aver successo.

A Venezia, attorno al 1850, erano in funzione altre tre stabilimenti simili al Rima.

A Trieste, al "Soglio di Nettuno" s’era aggiunto nel 1858 il "Bagno Maria", un’imponente edificio dalle architetture d’ispirazione "classica" con tanto di colonnati, costruito su grossi tubi galleggianti su disegno dell’ingegner Lorenzo Furian. Attraccato nel centro del porto di fronte all’Hotel De la Ville, permetteva a duecento persone di bagnarsi contemporaneamente. Un bagno la cui fama travalicò ben presto i confini della città se è vero che, come dichiara una guida di Trieste del 1858, vi "accorrono da ogni parte i forastieri, specialmente dalla Germania, dalla Stiria, dalla Carintia...". Al Nettuno e al Maria, si erano poi aggiunti il bagno Buchler, ancorato nel bacino di San Marco, e il Bagno Militare, nella zona della "Sacchetta".

A proposito di militari, va notato che buona parte della propagazione della voglia di bagni di mare sulle coste adriatiche, si deve proprio ad essi. A Trieste gli austriaci disponevano, come s’è visto, di uno stabilimento riservato. A Venezia, allo stabilimento Rima, godevano di sconti particolari. A Rimini, sia ufficiali che soldati, erano assidui frequentatori della spiaggia, tanto da far sorgere, talvolta, anche episodi "spiacevolissimi", come quello accaduto nel 1832, quando un soldato croato violentò in acqua la giovane moglie di un artigiano. Per loro, truppe d’occupazione che l’impero assoldava in ogni paese, più che di voglia di piacere o di terapia, si trattava di necessità o, forse, di un obbligo imposto dai superiori per supplire alla assoluta carenza di igiene nei casermaggi di fortuna. Comunque, la loro più o meno forzata discesa tra i flutti, costituiva la testimonianza pubblica e tangibile, e che ognuno poteva recepire facilmente, che l’acqua di mare non era nociva al corpo, che il bagno marino oltre che igienico era salutare e poteva anche trasformarsi in piacevole rito.

A Viareggio, nel 1828, si inaugurò uno stabilimento che segnò una nuova tappa nell’evoluzione del turismo balneare: un fabbricato piantato sul mare, in legno, con camerini, vani di servizio e scalette per scendere direttamente in acqua.
Fu il primo del genere in Italia, ma si trattava, in verità, di un modello intermedio; con la sua architettura a quadrato, che racchiudeva i bagnanti in un invaso all’interno della costruzione, assomigliava ancora agli stabilimenti galleggianti, salvo che era impiantato in maniera stabile su palafitte. E la sua concezione di padiglione, di isolotto per terapie, era ancora di chiara derivazione termalistica.

Il modello "Adriatico" venne sperimentato a Rimini nel 1843 con l’apertura dello Stabilimento Tintori-Baldini: un padiglione in legno piantato sul mare, una passerella che lo congiungeva alla spiaggia, una fila di camerini a destra ed una sinistra per la divisione dei sessi, delle scalette per scendere in acqua, un piccolo locale di servizio e di ritrovo al centro della piattaforma ed uno a terra. Aveva una forma a T, e i camerini rivolti al mare, e non racchiusi intorno a se stessi.

E non fu un’invenzione da poco. Non per le forme architettoniche, ma per l’innovazione concettuale del sistema di impostare il rapporto col mare e coi bagni. Non era più gun "galleggiante", non era collocato in una laguna o al centro di un bacino portuale. Non era un isolotto per cure, ma un vero e proprio terminale marino per uomini abituati soltanto alla terra. Era di facile accesso ma, soprattutto, manteneva in diretto rapporto il mare e la "fabbrica dei bagni", con gli enormi spazi che la marina retrostante poteva offrire.

Fu un cambiamento radicale, l’inizio di un nuovo ciclo.
Certo si trattava ancora di un abbozzo rudimentale, e i tempi non erano ancora maturi per un’invasione di massa delle spiagge. Ma la sua formula d’invito alla discesa in acqua e di collegamento con la spiaggia, sarà quella che determinerà l’evoluzione della civiltà balneare e caratterizzerà le spiagge adriatiche rispetto a quelle delle altre coste italiane e straniere.
E fu un modello, quello riminese del 1843, pur nella sua forma primordiale e grezza, che si propagò in fretta sia a sud come a nord: nel 1853 se ne inaugurarono dei simili a Pesaro, a Fano e a Senigallia e, nel 1857, al Lido di Venezia, ad opera del cav. Giovanni Busetto, detto Fisola.
Si trattava ancora di esperimenti, di proposte alla soluzione di un bisogno ancor poco o nulla sentito, ma in ogni caso, quei rudimentali baracconi in legno, furono le prime applicazioni di quell’idea dei bagni, che ormai aveva inesorabilmente attecchito anche in Italia e segnarono l’inizio della colonizzazione di quelle terre un tempo abbandonate e pericolose. E, di fatto, furono la prima pietra della fondazione di quelle città del mare che sorgeranno mezzo secolo dopo su tutta la costa dell’Adriatico, dall’Istria alla Puglia.
Attorno agli anni Sessanta dell’Ottocento, per affermare il loro valore terapeutico, quasi tutti gli stabilimenti allora esistenti si erano dotati di medici, più o meno illustri, che oltre a fornire terapie e consigli sul campo, non di rado provvedevano a pubblicare del manualetti ad uso dei bagnanti: Augusto Guastalla lo fece per Trieste nel 1842, Barzilai per Venezia nel 1850, Domenico Cervesi per Cattolica e Luigi Malagodi per Fano nel 1856, ecc.. Erano piccoli saggi di idrologia medica, una scienza che si andava diffondendo sempre di più anche in Italia contemporaneamente al sorgere degli stabilimenti, ma erano, soprattutto, la dimostrazione che la vacanza marina era ormai una necessità per ogni borghese che avesse a cuore il benessere suo e della sua famiglia.
E dove non c’erano Stabilimenti, più o meno rudimentali, c’erano capanni organizzati e assistenze sulla spiaggia di intraprendenti iniziatori di attività turistiche. Così a Grado, la cui storia annota tracce di bagnanti fin dal 1856, così a Cattolica, così a Riccione. E così a Magnavacca, la futura Porto Garibaldi, citata nella guida ai bagni del dr. Luigi Malagodi anch’essa dal 1856.
L’iniziativa di allestire degli Stabilimenti balneari, partiva per lo più da privati cittadini, borghesi "evoluti", convinti di offrire un prodotto innovativo e remunerativo. A volte, rischiavano in proprio, a volte, riuscivano a coinvolgere le municipalità e il denaro pubblico. Nei comitati che dirigevano, v’era sempre qualche medico, per lo più il condotto del paese, e qualche nobile.
Caso curioso quello della Società anonima dello Stabilimento dei Bagni Marittimi di Senigallia costituita nel 1853, che vide tra i soci promotori la principessa Alexandrine De Blechamps, vedova di Luciano Bonaparte. Si trattava della medesima principessa che era insieme alle sue dame di corte a fare i bagni sulla spiaggia di Rimini nel 1823 e la cui intimità era stata sbirciata da un buco nel capanno da tre scanzonati giovanotti. Davvero un’appassionata di bagni, quella cognata di Napoleone.
Alla loro partenza, quelle imprese si premuravano di richiedere la benedizione del cielo che ben volentieri ottenevano: così fu a Rimini, con la benedizione del cardinal legato Vannicelli Casoni, così a Senigallia con quella del cardinale camerlengo Tommaso Riario Sforza, così al Lido di Venezia con il protonotario Apostolico Giambattista Gega, e così via.
Società "balnearie" completamente in mano a privati, come a Rimini, a Pesaro, al Lido di Venezia, o con la partecipazione del Municipio come a Senigallia o a Fano, tali imprese si dimostrarono ben presto, in questo ciclo, decisamente fallimentari: il breve periodo di utilizzo, la scarsa affluenza di bagnanti, il costo elevato di montaggio e smontaggio delle attrezzature dimostrarono che avrebbero potuto sopravvivere solo grazie all’intervento della mano pubblica. Allo Stabilimento di Rimini, ad esempio, nell’estate 1854 i "forestieri bagnanti" erano stati in tutto 354. Davvero pochi per far quadrare i conti. E come a Rimini, così fu a Fano, a Senigallia, ecc. Tutti i municipi intervennero direttamente a rilevare o a sostenere la gestione che, pur passiva, riversava sulle economie delle città non poche risorse. Unica eccezione fu quella del Fisola al Lido di Venezia: oltre alla concessione per lo stabilimento, s’era comprato a poco prezzo, da persona avveduta e lungimirante, una distesa enorme di aree. Una speculazione, quella del Fisola, che permetterà alle magre economie del suo stabilimento di sopravvivere alle avverse fortune che si succederanno sempre più numerose anche dopo l’Unità d’Italia: mareggiate che distrussero tutti gli impianti, confische delle autorità militari, interruzioni dell’attività a causa delle guerre d’indipendenza, ecc. ecc.

Comunque, affluenza o non affluenza, attorno agli anni Settanta dell’Ottocento, i bagni di mare avevano ormai acquisita la "fama" di bontà terapeutica e si erano definitivamente accreditati, almeno presso la borghesia della nuova Italia, come strumento di salutare ricreazione e come rito di affermazione di uno stato sociale. Il mercato stava crescendo. L’Unità e l’apertura di nuovi tronchi ferroviari avevano favorito la circolazione delle persone, e sulle coste, anche su quelle liguri, toscane e tirreniche, erano sempre più numerose le località che si proponevano di offrire i loro servigi balnear terapeutici.

Per vincere la concorrenza bisognava arricchire il prodotto, caratterizzarlo e certificarlo, partendo dall’elemento ancora considerato strategico: le proprietà salutari del bagno di mare e la salubrità del luogo che s’andava a proporre. Ma ricercando un "plus" ancora tutto da inventare.

DALLE FABBRICHE DELLA SALUTE A FABBRICHE DEL PIACERE

Attorno agli Settanta dell’Ottocento, iniziò il terzo ciclo dell’evoluzione delle coste italiane, e di quelle adriatiche in particolare. Dopo l’era dei "galleggianti" e dei "camerini su palafitte"

fu’ il ciclo della trasformazione dei luoghi di cura e di terapia in luoghi di svago e di divertimento Un processo che ebbe il suo massimo propugnatore in Paolo Mantegazza, notissimo medico e fisiologo, autore dalla produzione torrenziale di libri, articoli e almanacchi popolari. Mantegazza, forte delle sue idee e della sua autorevolezza, s'era accasato a Rimini non solo con la carica di Direttore Sanitario dei Bagni ma anche, di fatto, come consulente nell'edificazione del Grandioso stabilimento che il Municipio aveva iniziato nel 1869 e terminato nel 1873. Un impianto su cui fondare il rilancio e perseguire quell'obiettivo che il Vate della balnearità dava già per acquisito: "primo in Italia". Grazie a lui e alle sue accorate predicazioni divulgate dagli Almanacchi e dai libri che sfornava in continuazione, la spiaggia e il mare si trasformarono da luogo di cure in salotto collettivo per riposarsi e divertirsi. Grazie a lui, nel 1873, era sorto a Rimini un Tempio: il Tempio di Igea. Un tempio per ridonare la salute allo spirito, più che al corpo.

Agli stabilimenti "galleggianti" o "sull’onda viva del mare", era mancato soprattutto quello spirito gioioso che, per attirare "forestieri", andava invece esaltato e propagato in ogni forma e con ogni mezzo: bagno di mare non come semplice immersione terapeutica, ma come momento di liberazione e di piacere.

Quando gli amministratori riminesi si decisero a rilevare l'impianto fallimentare dei conti Baldini, per renderlo di proprietà pubblica e farne "la prima istituzione cittadina", dovevano aver ben capito il problema se si indirizzarono al senatore professor Paolo Mantegazza che, dell'epicureismo, aveva fatto una ragione di studio e di vita.

La sua filosofia, perché proprio di filosofia si trattava, era chiara e chiaramente espressa in tutte le sue opere:

"la ragione illuminata dal cuore deve togliere al povero la fame, al ricco la noia, all'ospedale il malato, e seminare il piacere ovunque ... Salute ai corpi, salute alle anime: ecco la scienza vera, la scienza sola, che deve durare eterna. ... Ciò che è sano è buono, e ciò che è buono è sano."

La salute fisica e mentale, fonti del vero benessere, potevano risiedere solo in un corpo sano. E il corpo, per essere sano, doveva essere pulito. Bisognava lavarsi: "... le nudità dei bagni seminarono di lussuria le terme romane, ed il cristianesimo le maledisse, spalmando di sudiciume le castità degli asceti. E tutto il medio evo fu malato di sporcizia e si ebbero frati senza camicia e guerrieri sudanti sotto le corazze e monache ircine e tutta l'umanità cristiana, che riempiva le chiese di santi fetori; tutta l'Europa lebbrosa. Oggi non più il sudiciume a braccetto con la santità, né le terme convertite in bordelli; ma una corrente di acqua pura e cristallina che lava i corpi senza corrompere le anime. Oggi la civiltà di un popolo si misura anche coll'acqua ed il sapone che consuma. Il popolo italiano è meno civile del tedesco e dell'inglese perché si lava meno e si lava peggio".

Da queste idee all'esaltazione dei bagni marittimi il passo fu breve. "...Voi tutti portate i vostri figliuoli al mare, almeno una volta ogni due o tre anni. Studiate bene il vostro bilancio domestico e sono sicuro che troverete nel costo della crestaia, della sarta o del tappezziere, qualche cifra da cancellare o da riportarsi all'articolo: Bagni al mare... Andate al mare, o uomini di pianura, e di palude, di colli".

Agli italiani, ancora un po' "sudici" come alle "figlie di Eva dai languidi nervi", lanciava messaggi che non potevano che suscitare interesse. Tra le tante proprietà dei bagni marini, risolutori per scrofola, rachitide, anemie, etc., annotava, molto puntigliosamente, innegabili benefici per: "innalzamento nell’uomo di cose che tendono troppo al centro della terra. Miglioramento nelle donne di diametri troppo generosi. Raddrizzamento nelle donne di cose storte; e per vie indirette, molto indirette, guarigione della sterilità... Attonamento dei muscoli fiacchi per natura o infiacchiti da malattie o da abuso della vita. Aumento dell'appetito. Aumento del sonno. Eccitamento dell'amore in ambo i sessi". Il tutto, naturalmente, tra la bellissima spiaggia che il lido di Rimini poteva offrire e di cui si rendeva garante. Basta scorrere gli Almanacchi igienico popolari di Mantegazza, per riconoscervi i toni che caratterizzeranno il ciclo ed i successi a venire della marina di Rimini e dell'intera riviera adriatica.

La realizzazione che aveva progettato, non architettonicamente ma nei principi ispiratori, era articolata su tre diversi momenti: la piattaforma e i camerini (che in quegli anni stavano invadendo anche la spiaggia), il Kursaal e lo stabilimento Idroterapico.

Rispetto al passato l'innovazione fu grande: il ruolo "terapeutico/salutistico" veniva relegato agli impianti specializzati concentrati nell'Idroterapico mentre ai camerini, sia a quelli sulla piattaforma che sulla spiaggia, restava quello di servizio e di supporto alla vita di mare all'aria aperta; al Kursaal, fiore all'occhiello di tutto l'impianto, quello di salotto mondano per i piaceri post/balnea.

Così, nell'ultimo quarto di secolo, anche grazie a Mantegazza, spiaggia e bagni di mare stavano mostrando sempre più apertamente il loro ruolo principe di spazi per il piacere, testimoni di come, alla mentalità corrente, non occorrevano ormai più coperture o pretesti terapeutici per concedersi una bella vacanza. Basta con le spiagge sanatorio!

E sono gli anni, quelli di Mantegazza, in cui la sabbia, da fastidiosa sostanza da evitare accuratamente con passerelle - sporcava, volava col vento, entrava tra gli abiti e le scarpe, si appiccicava al corpo umido - divenne morbido tappeto con cui entrare in contatto fisico e sui cui adagiare il corpo.

E accanto al centro delle marine, al cuore raffinato e mondano costituito dai Kursaal, dalla piattaforma, dai camerini lungo la spiaggia, sorgevano un po' su tutto l’Adriatico, intere nuove città fatte di giardini e di aggraziati villini.

Dell’antica tradizione nordica e termale che aveva visto nascere i Kursaal, letteralmente "sala delle cure", nulla ormai era restato se non le terminologie: le uniche terapie che si praticavano ormai nei Kursaal della riviera adriatica, erano il gioco, il ballo e il piacevole conversare.

Basta leggere un articolo sulla Nuova Antologia del 1872 per capire la mentalità che s’andava affermando nel mondo borghese in fatto di vacanze e di bagni di mare:

"Appena arrivano i calori dell'estate la signora si sdraia sopra una piramide di cuscini, in una camera poco rischiarata; si tiene tutta discinta, tutta languida, tutta abbandonata, si lagna del mal di capo, del mal di nervi, del mal di cuore, di tutti i mali che non tolgono l'appetito né gli appetiti...e chiama il dottore a cui domanda con voce semispenta: "Dottore vorrei andare ai bagni di mare per un mese... che malattia mi ordinate?... e la signora parte per tutti i luoghi ove corre la folla, dove si riunisce il gran mondo galante, dove si passeggia, si balla, si cena, si chiacchiera, si fa all'amore sulla riva delle acque, al cospetto del sole intemerato, sulla rena della spiaggia, sotto l'ombra dei boschetti del litorale, dietro le conscie tele delle baracche, e sotto i tendali delle barchette cullate dalle placide onde marine."

La data dell’articolo è significativa: 1872.

Nel 1870, la giunta di Cattolica aveva richiesto al demanio i primi 300 metri quadri di spiaggia da adibire ad attività balneari, perché fin dal 1862 vi arrivavano "nella stagione estiva molti forestieri".

Nel 1871 si era costituita a Ravenna una Società balnearia per attivare a Porto Corsini uno Stabilimento.

Nel 1872, al Lido di Venezia si costituiva la "Società bagni Lido" che rilevò le proprietà Fisola e impostò un rilancio dell’isola in senso turistico e balneare, progettando nuovi impianti e stabilimenti, spazi residenziali e attrezzature di svago.

Nel 1873 si inaugurarono le "grandiose" costruzioni mantegazziane sul lido di Rimini progettate dal 1869.

Nello stesso 1873 San Benedetto del Tronto inaugurò il suo primo Stabilimento costituito da camerini su palafitte sul modello della piattaforma riminese e, ancora nello stesso anno, il sindaco di Cervia lanciò un messaggio ai "diseredati dalla fortuna" perché corressero numerosi sulla sua spiaggia per fare bagnature a poco prezzo.

Nel 1874 a Riccione l’intero paese si proponeva come impresa già organizzata ed efficiente per fornire stagioni estive "sicure e piacevoli".

Nel 1875 Fano progettò la ristrutturazione del suo vecchio impianto.

Nel 1878, a Senigallia la società balnearia, già in dissesto dal 1868, cedette lo stabilimento al Municipio che costruì il Grand l’Hotel Roma per ospitare turisti.

Nel 1878 si inaugurò a Cesenatico lo Stabilimento balneare.

A proposito di modello e di identità adriatica in questo ciclo, va ricordata qualche importante testimonianza d’archivio.

L’ingegnere comunale di Fano, incaricato nel 1875 dal Municipio di progettare il nuovo impianto, molto professionalmente effettuò una rassegna degli stabilimenti esistenti in Italia per scegliere la miglior soluzione. E dopo aver richiesto disegni e progetti a Napoli, a Bari, a Viareggio, entrò in corrispondenza con l’ing. Gaetano Urbani, progettista del Kursaal mantegazziano e della grande piattaforma inaugurata nel 1872, che gli fornì i suoi progetti completi di capitolati, disegni e prezzi. L’ingegnere di Fano scelse il modello riminese sulle linee del quale sorgerà il nuovo stabilimento della piccola città delle Marche.

Sono gli anni, quelli, che videro affermarsi, accanto al turismo dei ricchi, anche il turismo dei poveri. Non dei popolani che, incuranti di norme e di buon gusto, attrezzati di qualche straccio per ripararsi dal sole, imitavano già da tempo i ricchi bagnanti invadendo le spiagge con chiassose compagnie. Ma dei poveri bimbi colpiti dalla scrofola, una falcidia sociale determinata dalla cattiva nutrizione e dalle precarie condizioni igieniche dell’Italia postunitaria. E sorsero un po' su tutte le coste gli Ospizi marini: nel 1870 al Lido di Venezia e a Rimini, nel 1873 a Grado, nel 1877 a Riccione, ovei piccoli scrofolosi erano già ospitati da famiglie del paese dal 1867.

Testimonial di rango, come diremmo oggi, di quella nicchia di mercato in continua crescita ed evoluzione, fu addirittura un principe. Non povero, non scrofoloso, ma certamente malaticcio e da immergere nel mare e da esporre al sole prima di farsi carico dei destini della Patria: Vittorio Emanuele, erede al trono d’Italia, che la regina Margherita, accompagnava fiduciosa al bagno "La Favorita" del Lido di Venezia fin dal 1879. Non in un Ospizio, ma in un apposito Chalet reale.

 

I QUATTRO POLI: L’IMPERIAL REGIA RIVIERA, L’ISOLA INCANTATA, LA COSTA GIOIOSA, LA COSTA GENTILE

Dall’ultimo quarto dell’Ottocento fino all’inizio della prima guerra mondiale, i monumenti che raccoglievano e testimoniavano le forme rituali delle cure e del piacere balneare, trasferirono nei luoghi circostanti la loro capacità di attivare processi economici e sociali, invadendo gli spazi liberi, trasformandoli in vere e proprie città. Città nuove, dedicate completamente ad accogliere, ospitare, soddisfare quel bisogno di vacanza che ormai era diventato patrimonio dell’intera società borghese.

Attorno ai kursaal e agli stabilimenti, più o meno imponenti o più o meno raffinati, sorsero viali, villini residenziali, teatri, strutture di servizio e commerciali. Si costruirono alberghi e, nelle situazioni più dotate, dei fantasmagorici Grand Hotel.

E fu il momento del Liberty, che caratterizzerà, tradotto più o meno fedelmente, le architetture, i riti e gli arredi di queste nuove città. E ne determinerà la funzione, l’identità e l’immagine.

"L’imperial regia Riviera", che abbracciava le coste della Venezia Giulia, le coste istriane e dalmate, dopo aver primeggiato nella fase sperimentale con i "galleggianti" di Trieste, aveva visto aprirsi al turismo Grignano, Portorose, Parenzo, Abbazia, Lussino. Ma aveva visto, soprattutto, trasformare Grado da isolotto di poche anime dedito alla pesca, in ordinata e linda città per la vacanza. Riconosciuta dal 1896 nell’elenco ufficiale dei luoghi di cura dell’Impero austriaco, dopo bonifiche del territorio e impegnativi investimenti fatti dal Municipio, nel primo decennio del secolo Grado era già definitivamente caratterizzata come terminale al mare del Mitteleuropa e dell’impero, da cui importava sia gli stili architettonici sia quelli di vita. Una cittadina di 3.000 abitanti che, molto ordinatamente, dai 3.760 turisti del 1898 arrivò a registrarne 70.287 nel 1914. Senza sfarzi e senza eccessi,

Il caso del Lido di Venezia è noto. Un’isola lunga dodici chilometri di 5.600.000 metri quadri, ancora alla fine dell’Ottocento completamente disponibile per essere "inventata". La prima pietra posta dal Fisola nel 1857, portò alla fondazione di una vera e propria grande città nel 1905, per opera di un personaggio dalle straordinarie capacità organizzative e imprenditoriali: Nicolò Spada, che seppe coinvolgere la grande finanza internazionale e i grandi capitali in un investimento mastodontico, orientato ad un obiettivo di massima qualità e di stile cosmopolita. Liberò i terreni e la spiaggia dalle servitù militari, li bonificò, tracciò la rete stradale, realizzò piazzali e giardini, predispose i trasporti e i servizi, bandì un concorso internazionale per le architetture residenziali, costruì alberghi e villini, ammodernò gli stabilimenti balneari. Inventò, insomma, una nuova città su misura per il bel mondo internazionale. Fu uno dei più grandi business del tempo.

L’impresa era iniziata nel 1905 ed ebbe il suo culmine con l’inaugurazione dell’Excelsior Palace, il 21 luglio 1907, all’insegna di uno sfarzo mai sperimentato fino allora: "la vastità cupa del mare fu accesa per due ore intere" da bengala e fuochi d’artificio, la facciata del palazzo si "rispecchiava nella laguna illuminata da potenti riflettori che facevano emergere le linee bizantine nell’oscurità dell’atmosfera". Le note dell’Excelsior del maestro Marengo rendevano "esterrefatti da quella magnificenza" più di trentamila veneziani accorsi per l’occasione. Tremila ospiti provenienti da tutta Europa cenarono e ballarono tutta la notte al suono di quattro orchestre.

Fu un inizio davvero strepitoso. Del resto, come scriveva un cronista, "non è un palazzo, ma una capitale...". Era la capitale del bel mondo per i cittadini del quale non aveva alcun significato la nazionalità, ma contavano solo lo stile e la classe. E, fino al 1914, stazionarono al Lido teste coronate e uomini d’affari, intellettuali e personaggi di ogni paese. Memorabile fu il soggiorno dell’Imperatrice di Russia, molto italiano il sereno pattinare del Duca degli Abruzzi e, certamente rassicurante per l’avvenire, l’affermazione del banchiere americano Pierpont Morgan: "In America fra coloro che hanno visitato l’Europa si parla più del Vostro Palazzo Excelsior che del palazzo Ducale".

Nel 1914 il Lido aveva 4 grandi alberghi, 5 stabilimenti balneari, 3 banche, un teatro, un grande pattinaggio, piattaforme orientali sul mare per fare bagni, passeggiate e il tiro al piccione; un Luna Park tra i più grandi del mondo, "sontuosità" e architetture da far invidia a quelle della grande Venezia. E aveva anche l’idea, sempre di Nicolò Spada, di congiungersi in tre minuti con la Grande madre attraverso un tunnel subacqueo tra la Riva degli Schiavoni e Santa Maria Elisabetta.

Un’isola, un’isola incantata dalla vista del mare, dai riflessi e dai bagliori e dagli ori di una grande capitale in disarmo. Riflessi che condizioneranno la sua immagine e la sua fama anche per gli anni a venire: l"isola incantata".

Se, dall’ultimo quarto del secolo scorso al primo conflitto mondiale, il Lido visse il ciclo della sua fondazione, per la riviera compresa tra Cattolica e Cervia furono quelli gli anni dell’espansione. Certo, la grande impresa di Spada aveva scatenato a Rimini un forte spirito di competizione. Ad imitazione della CIGA, che aveva costruito l’Excelsior e rinnovato l’isola veneziana, era sorta infatti la SMARA, col medesimo ambizioso obiettivo: rinnovare completamente la spiaggia riminese con nuove attrezzature e con la costruzione di un prestigioso Grand Hotel. Cosa che avvenne puntualmente nel 1908. Ma a Rimini, la nascita di questa cattedrale delle vacanze, per quanto prestigiosa e sontuosa, si collocava in un processo di colonizzazione in senso balneare già avviato su di un territorio "aperto" e già fortemente caratterizzato fin dai tempi di Mantegazza.

Il Grand Hotel e il Kursaal erano i fari che illuminavano i sessanta chilometri della costa romagnola, ma l’identità di quei luoghi, di quella grande città lineare in continua espansione a ridosso della spiaggia, era determinata da uno stile meno sofisticato, da un’idea di "accessibilità" che si contrapponeva decisamente a quella dell’"esclusività" del Lido. Furono quelli gli anni della moltiplicazione dei villini, che i vari Municipi incentivarono a costruire con la concessione gratuita o quasi gratuita delle aree. Così fu a Riccione nel 1880 dove il Conte Giacinto Martinelli impostò un piano di edificazione residenziale nell’area compresa tra l’attuale Viale Ceccarini e Viale San Martino, in pieno centro; fu così a Cattolica nel 1884, quando il Comune di San Giovanni in Marignano da cui ancora dipendeva, assegnò aree gratuite ai privati; fu così a Cesenatico, nel 1904 con un piano per 35 villini e nel 1910 con l’assegnazione di ulteriori aree. Villini, più o meno sontuosi, che si andavano ad integrare con preesistenze dedicate al servizio dei "forestieri" già attive da tempo.

L’attenzione verso i possibili business su quella che diverrà la riviera di Romagna, se non era di rilievo internazionale, giungeva comunque fino in Lombardia. Milanese era la Smara. Milanese fu anche la società che fece nascere ex novo, nel 1912, una città balneare alle porte di Cervia, Milano Marittima, appunto; il cui progettista, Giuseppe Palanti, era anch’egli milanese. Milanesi, infine, i possibili acquirenti e gli abitanti dei villini immersi nella pineta.

Per la Riviera di Romagna, per la grande città costiera nata sotto le insegne di Paolo Mantegazza, iniziava il ciclo della progressiva occupazione di tutti gli spazi disponibili sulla costa.

Una costa aperta, una "costa gioiosa", come Mantegazza, appunto, l’aveva pensata.

A caratterizzare lo sviluppo e l’identità delle località sulla costa marchigiana, fu un invece un sostanziale atteggiamento di chiusura degli abitanti di quei luoghi, ancora non pienamente liberi dai condizionamenti della società pontificia: gelosi delle loro prerogative e restii ai cambiamenti, poco disponibili ad intaccare le rigide e consolidate convenzioni e i loro presunti privilegi.

Spesso, come nel caso di Pesaro, gli stabilimenti e "commodità" balneari, più che strumenti per richiamare turisti, erano diventati i salottini sul mare della ricca e intraprendente borghesia locale. Esemplare è il caso dell’urbanizzazione della marina, ove i villini nelle vicinanze dello Stabilimento - uno nuovo in muratura era stato inaugurato nel 1883 - furono costruiti o acquistati, ed abitati, dagli stessi pesaresi. Primo fra tutti lo splendido Villino Olga dell’industriale farmaceutico Oreste Ruggeri, una degli esempi più significativi dell’architettura Liberty in Italia.

Una "costa gentile", quella compresa tra Pesaro e Ancona, uno spazio riservato ai tranquilli piaceri degli abitanti che malvolentieri accettavano di condividere con intrusi.

Le spiagge abruzzesi, nel 1909, erano ancora alla ricerca di una loro identità: gli unici paesi ad avere stabilimento e albergo erano Francavilla al mare e Castellamare Adriatico; pochi i turisti, quasi tutti laziali.

 

L’AMARISSIMO CHE FA BENISSIMO

Il processo di rinnovamento delle spiagge adriatiche all’insegna dell’entusiasmo e dello stile fin de siècle, era stato bruscamente interrotto dalla prima guerra mondiale. Ma se con la guerra erano sparite molte illusioni e molte speranze, nella nuova società risorta dalla catastrofe, l'italiano medio aveva ormai istituzionalizzato la necessità di vacanza, non più intesa solo come villeggiatura, come "fuga dalla noia" degli spensierati rentier, ormai pezzi da museo nell'Italia del dopoguerra, ma come fuga dal lavoro e dalla città. Fuga che l'italiano nuovo poteva orientare al mare o alla montagna con vacanze più o meno lunghe e più o meno dispendiose, a seconda delle possibilità. Certo, nei primi anni Venti non erano ancora tantissimi i fortunati che potevano concedersele, ma il fascismo pareva promettere bene. Per alcuni si trattava del giusto premio alle fatiche di un anno, per altri andare al mare restava solo il pio desiderio da perseguire come meta di quella promozione sociale e civile che il fascismo sembrava promettere e permettere a tutti. E chi si vedeva temporaneamente escluso dal privilegio di una salubre abbronzatura, che nel frattempo era diventata di moda ed emblema di emancipazione, poteva sempre mandare il figlio alle colonie che il regime faceva crescere come funghi sulle coste italiane e in particolare sulla riviera adriatica.

Una costa ove molte cose erano cambiate rispetto alle stagioni che avevano preceduto il conflitto mondiale.

Innanzi tutto, dal 1924, col patto di Roma, l’Imperial regia Riviera aveva abbandonato l’aquila bicipite per rivestire il Tricolore. Conquista non da poco, sentita da tanti come un primo passo verso la riappropriazione progressiva di quel mare che era stato il "Golfo di Venezia" fino a tutto il Settecento. L’Amarissmo di D’Annunzio, "l’Adriatico nostro" della retorica irredentista, diventa così il mare degli italiani, per eccellenza. Il mare delle battaglie e delle rivendicazioni, ma anche il mare del riposo e dello svago. Il mare delle vacanze che anche Lui, proprio Lui, il capo aveva scelto per riposare le sue "immani fatiche".

L’aveva scelto già dal 1914, ancora rivoluzionario in carriera, se è vero, come racconta Paolo Monelli in un suo libro, che allo scoppio della settimana rossa era a fare i bagni a Cattolica. Nel 1919 portò la famiglia ai bagni di Senigallia, poi una parentesi a Levanto nel 1922 con moglie e figli, poi nuovamente a Cattolica nel 1925 per scegliere definitivamente, nel 1926, Riccione, la Perla Verde dell’Adriatico.

Via via che il potere di Mussolini aumentava, ogni comportamento, suo e della sua famiglia, assumeva sempre maggior rilevanza pubblica e veniva proposto agli italiani come "gesta", come indicazione "imperativa" all'interno di quella formidabile fabbrica del consenso a cui nessuno si poteva ormai sottrarre. E le vacanze balneari del DUCE andavano così trasformandosi da momento "privato" a "modello", con una rilevanza ideologica che il fascismo non ebbe difficoltà a costruire e ad esaltare.

Il maggior impegno propagandistico balneo/ideologico del regime veniva immesso nei confronti dei bambini, quelli che avrebbero dovuto diventare i "forti, bronzei, uomini della futura Italia fascista", "forte nel corpo e nello spirito, disciplinata, devota a Dio e alla Patria, temuta e potente". Per far crescere buoni frutti, sole, acqua, aria buona erano gli ingredienti essenziali, come aveva detto il Capo in un convegno di medici italiani: "Bisogna fare agire gli elementi della natura sul nostro corpo, prima di tutto l'aria, il sole, il mare, il movimento, se vogliamo veramente, secondo l'immagine carducciana, scendere tra le grandi ombre senza il petto meschino e il polmone contratto". E il Regime disseminò così le coste italiane, e dell'Adriatico in particolare, di centinaia di colonie marine per bimbi e giovinetti, mobilitati a migliaia e migliaia, inquadrati ed assistiti, "vestiti della divisa che è premio ed onore"; non si trattava più di "tetri sanatori" o di ospizi per i piccoli ammalati delle miserie della vecchia Italia umbertina, ma di vere e proprie fabbriche della salute del corpo e dello spirito "allietate da gioiosi tripudi" e dal canto di Giovinezza. Nel 1934 le colonie marine erano quasi 300; i bambini che vi trascorsero le vacanze estive furono 184.105. Molti di loro videro e vissero il mare per la prima volta nella vita, acquisendo quell'imprintig balneologico che ne farà i bagnanti assatanati degli anni Cinquanta.

Il Regime provvedeva però anche agli adulti e l’indicazione era chiara: mare, salubre palestra di vita del corpo e dello spirito, come giusto premio all'impegno ed al "sacrificio" che tutti dovevano offrire alla Patria per il suo "fulgido avvenire". Ed è il momento delle ferie generalizzate, della settimana corta, dei treni popolari organizzati dall'Opera Nazionale Dopolavoro.

Mussolini, con le sue vacanze a Riccione, non portò al mare i borghesi che c'erano già, ma proprio quelle masse popolari, da sempre escluse dalla partecipazione ai momenti dello svago, che il regime fascista aveva invece innescato con la sua capillare mobilitazione "ginnico-politica". Al mare, tra sole e bagni, l' uomo nuovo che il fascismo sembrava aver inventato, avrebbe trovato l'ambiente ideale per temprarsi e forgiarsi.

Certo, il merito non va accreditato soltanto al fascismo. Quello che il fascismo si trovava a convogliare fu un fenomeno mondiale: fu quella "ribellione delle masse", il loro primo momento di protagonismo, la loro entrata in scena di cui ha parlato per la prima volta con piena consapevolezza Ortega J. Gasset, non a caso nel 1930: "Le città sono piene di gente. Le case piene di inquilini. Gli alberghi pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene di ammalati. Gli spettacoli, non appena sono troppo estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti".

Senza addentrarci in analisi complesse, basta ricordare come manifestazioni della massificazione della villeggiatura estiva solo questi tre fenomeni d'epoca: le ferie generalizzate, i treni popolari e le colonie marine.

 

Già all'inizio degli anni Trenta, l’intera riviera Adriatica, è pronta per proporsi come spiaggia borghese per attirare le masse. Una riviera multiforme, con le quattro caratterizzazioni che aveva acquisito nel ciclo precedente, che ora, ancor più che nel passato, diventavano complementari e tutte ugualmente funzionali a quell’idea adriatica della vacanza che proprio in quegli anni diventerà maggiormente connotata ed evidente.

La Riviera riconquistata, da Grado a Abbazia, rappresentava il gioiello finalmente tornato al legittimo proprietario, e quindi da tener caro e brillante, da ricondurre in quello spirito di italianità delle consorelle.

Il Lido di Venezia, pur richiamando ancora il top della mondanità italiana ed europea, aveva stemprato quel suo carattere di esclusività e di decandentismo non troppo di moda e si poneva come faro delle nuove culture, tra cinema e letteratura.

La riviera romagnola la riviera del Duce, si trovò in testa alle scelte degli italiani perché indicata come meta ideale, che poteva mettere in campo i suoi enormi spazi per accogliere le nuove masse di vacanzieri all’insegna di uno "lindo", ginnico e dinamico stile borghese. Una formula che aveva contaminato anche le spiagge marchigiane ed abruzzesi, sempre meno racchiuse in quell’alone di gentile ritrosia che le aveva viste nascere.

Nel 1930 le stazioni balneari adriatiche "riconosciute" dall’Enit erano diciotto: Abbazia, Cattolica, Cervia, Fano, Grado, Grottammare, Laurana, Lido di Venezia, Lussingrande, Lussinpiccolo, Pesaro, Pescara, Portorose, Porto San Giorgio, Riccione, Rimini, S. Benedetto del Tronto e Senigallia. Con 303.752 ospiti e 4.547.942 giornate di presenza, rappresentavano il 43% degli arrivi e il 54% delle presenze di tutto il turismo balneare italiano. Una posizione di successo che le accompagnerà fino allo scoppio del conflitto mondiale.

Negli anni Cinquanta, ormai sanate le ferite della guerra, con un’Italia dagli entusiasmi ritrovati e con una voglia di mare e di vacanza repressa per quasi dieci anni, la costa adriatica, nuovamente privata dell’Istria ma con stazioni balneari sorte su tutta la costa da Trieste ad Otranto, è pronta all’esplosione quantitativa di quel bisogno di piacere salutare che s’era affinato e definito in quasi cent’anni.

Pronta a trasformare in un bene di largo consumo, quel bene durevole riservato a pochi.

Ma questa è storia di poi.

 

 

SEGNI E SOGNI

COMUNICARE NECESSE

Non è dato sapere se a Domenico Angeli di Trieste, patron del "Soglio di Nettuno", il bagno galleggiante inaugurato nel 1823, fosse venuta a mente la stessa idea di Claudio Tintori, patron dello "Stabilimento privilegiato dei bagni marittimi di Rimini" aperto nel 1843. Forse sì, anche se non ne è restata alcuna traccia. Del Tintori invece sappiamo. Avvocato mancato, in società con i conti Baldini in quell’impresa "rivoluzionaria", dopo aver firmato cambiali per 2.000 scudi romani per innalzare il suo stabilimento, non poteva certo rischiare di vederlo deserto per mancanza di informazione. E allora via con la pubblicità: cento bandi da affiggere per le strade della città, venti da consegnare a corrispondenti compiacenti nelle maggiori città dell’Emilia. E un bell’annuncio a pagamento sulla Gazzetta di Bologna. Il massimo che poteva fare in tema di comunicazione.

Bandi e gazzette erano, ai tempi, gli unici strumenti, come diremmo oggi, per comunicare, per informare. E non sempre funzionavano.

Il povero Tintori, dopo due anni di gestioni passive, fu costretto a cedere la sua quota di Stabilimento ai soci Baldini. I quali, in venticinque anni di successive gestioni altrettanto passive, dilapidarono un immenso patrimonio famigliare. In fatto di pubblicità avevano percorso le stesse strade di Tintori: un annuncio dell’apertura annuale sulle gazzetta di Bologna e di Parma, e la diffusione un centinaio di bandi a stampa.

Colpa della pubblicità? Colpa del prodotto?

Del prodotto di certo. Troppo innovativo per i tempi.

Ma anche della pubblicità. Con quei freddi ed anonimi volantini appesi ai muri, simili a tanti altri che parlavano di tasse e di funzioni religiose, come avrebbero potuto convincere quei sudditi pontifici, ancora persuasi che il lavarsi poco preservava dalle malattie, a privarsi della loro paura di acqua e di mare?

Prodotto o pubblicità, la forma di comunicazione che caratterizzerà le proposte di piaceri balneari fino alla fine dell’Ottocento, fu necessariamente limitata a tre strumenti principali: i bandi a stampa, più o meno grandi, più o meno ricchi di xilografie con la raffigurazione degli stabilimenti o con fregi più o meno arzigogolati; gli annunci sulle gazzette, e le guide ai bagni con i consigli medico-terapeutici per il bagnante.

Un genere, quest’ultimo, che si andava diffondendo di pari passo con l’apertura di nuovi stabilimenti balneari e, delle tre forme citate, con maggior successo.

Da quando era apparso il "Trattato sopra i bagni d’acqua di mare" dell’inglese Buchan, tradotto e stampato a Pisa nel 1817, il primo di carattere divulgativo ad apparire in Italia, una folta schiera di medici italiani, veri e propri missionari della nuova scienza balneologica, si era dedicata a convincere della bontà e dell’efficacia di quello strano rito sulla riva del mare con argomentazioni scientifiche e inoppugnabili stampate a chiare lettere. Indirizzati a persone colte e sensibili, oppure ad altri medici, che potevano trasformarsi a loro volta in cassa di risonanza per la propagazione dell’idea, furono gli strumenti che maggiormente contribuirono ad intaccare la mentalità e la cultura dei tempi in fatto di mare e di bagni.

Ma perché l’"industria dei bagni di mare" si potesse dotare di uno strumento davvero efficace per attirare i possibili avventori, bisognava attendere l’arrivo dei manifesti cromolitografici, di quelle Sirene di carta il cui canto irresistibile avrebbe attratto ed affascinato dai muri delle città anche i più riottosi passanti.

In fatto di pubblicità turistica attraverso i manifesti litografici, le località balneari non arrivavano certo prime. Già dal 1880 l’inglese Cook s’era servito di un colorato manifesto per lanciare la funicolare vesuviana che aveva costruito. E dal 1890 le maggiori compagnie ferroviarie riempivano le strade delle città con l’invito ad affascinanti Grand Tour.

La prima notizia che riguarda le spiagge adriatiche è del 23 gennaio 1893: la litografia bolognese Wenk propone al Municipio di Fano la stampa di un manifesto per la pubblicità della stagione balneare con un preventivo ben dettagliato: 2.000 copie per lire 350, 3.000 copie per 530 lire. Una spesa davvero impegnativa. Ma i fanesi decisero per il sì e decisero anche di ammortizzare l’investimento in più anni: ordinarono allo Stabilimento Wenk la stampa a colori dell’immagine del manifesto, e fecero lasciare lo spazio vuoto per poter far aggiungere annualmente, dagli stampatori del luogo, i testi a caratteri tipografici. E il medesimo manifesto fu così utilizzato dal 1892 al 1897 con le medesime immagini e con piccole varianti nel testo (cat. 27).

La pubblicità costava, ma, man mano che l’offerta turistica aumentava, cresceva anche la coscienza degli operatori e delle istituzioni nei confronti di quella che ormai era diventata una necessità riconosciuta. E per molti anni, per ammortizzare le spese, quasi tutti i committenti usarono lo stratagemma di Fano: una stampa base in litografia con le immagini a colori da usarsi per più anni, e i messaggi da stamparsi tipograficamente in loco , alla bisogna.

Fin dagli inizi del secolo fece la sua comparsa anche una sensibilità a quella che oggi definiremmo l’"immagine coordinata". Il Comune di Cesenatico, nel commissionare il manifesto del 1910 a sostegno della campagna per la stagione balneare e dell’offerta di terreni gratuiti (cat. n. 44), trattò con l’Istituto d’arte grafica di Parma Costa e Ganzini la stampa di 1200 manifesti "grandi" 100 x 140, di 1200 locandine di piccolo formato e di 35.000 "francobolli" (in realtà dei piccoli chiudilettera adesivi, molto in voga dagli inizi del secolo). Il tutto al prezzo di 1.250 lire e sufficiente per la pubblicità di tre anni.. Nel 1912 il municipio di Cervia, al momento del lancio della erigenda città di Milano Marittima, su sollecitazione della Società per il risveglio cittadino, decise di stampare presso le Officine d’arti grafiche Ricordi, tra le ditte più affermate nel campo della litografia e che si serviva di veri e propri artisti, il manifesto pubblicitario disegnato da Giuseppe Palanti (catalogo n. 89). Le duemila copie commissionate costarono 1.000 lire e vennero utilizzate, secondo la delibera comunale, per tre anni. Il medesimo soggetto fu realizzato anche in formato cartolina.

Esigenza, quella dell‘immagine coordinata, che divenne ancora più sentita attorno al 1925: Cesenatico, ad esempio, realizzò con il medesimo soggetto della Sirena di Guerrini (catalogo n.38), il manifesto, la locandina, la cartolina illustrata, la copertina della guida alla città e ai bagni, e il chiudilettera.

Se per stampare manifesti in litografia la gran parte delle località adriatiche doveva ricorrere ai pochi stabilimenti attivi nelle grandi città, Pesaro si trovava in posizione privilegiata: già ai primi del Novecento lo stampatore Gualtiero Federici s’era dotato delle più moderne tecniche tipolitografiche, anche grazie alle commesse del fantasioso industriale Oreste Ruggeri, per il quale andava realizzando una ricca serie di manifesti pubblicitari. E fu facile, per lui, trasferire una tecnica ormai felicemente sperimentata, anche all’"industria" turistica, realizzando così la nutrita, significativa e preziosa serie dei manifesti balneari pesaresi.

L’uso dei "locali", soprattutto dei pittori che si improvvisavano grafici pubblicitari senza avere la padronanza dello specifico linguaggio, come succedeva a Pesaro, e non solo a Pesaro, talvolta portava a risultati di scarsa qualità. Talvolta permetteva, invece, di ottenere dei bozzetti più caratterizzati e misurati sulle specificità del luogo, e quindi una maggior efficacia e una maggior originalità nella comunicazione.
Come testimonia la nostra serie balneare, sono anche numerosi i casi di grafici affermati che si prestarono a realizzare manifesti per località a cui erano legati per motivi di nascita o di affezione. Ad esempio, il bravo Auchentaller, uno dei fondatori della secessione viennese insieme a Klimt, realizzò il manifesto per Grado perché vi abitava dopo essersi costruito la sua residenza marina. Federico Seneca, tra gli artisti più significativi del Novecento, era nato a Fano e per Fano realizzò due riuscitissimi bozzetti. Adolfo Busi, affermato pittore e cartellonista bolognese, trascorreva le sue vacanze a Rimini, e per la pubblicità di quella spiaggia realizzò numerosi e felici bozzetti per manifesti ed opuscoli.
Già dagli anni Venti, la pubblicità turistica era una specializzazione, sia per i cartellonisti che per le ditte che vi si dedicavano. Ditte che erano diventate numerose, e che, all’inizio di ogni stagione, offrivano alle aziende di soggiorno e agli enti turistici, una gamma sempre più completa di forme pubblicitarie.
La Fiar di Milano, ad esempio, nel suo catalogo proponeva la stampa di depliant, di manifesti murali, di cartoline illustrate, di carte geografiche, di carte da lettera, di etichette per valigia, ecc., e offriva pacchetti completi tanto dei bozzetti che dei testi redazionali, che dell’invenzione degli slogan.
L’Igap, tra le ditte più importanti del settore, tra i cui direttori era stato anche Marcello Dudovich, offriva anche l’assistenza per l’affissione, oltre ad una serie di artisti affermati per la realizzazione del bozzetto.
Ma la specializzazione portò spesso anche alla standardizzazione: medesimi i grafici che realizzavano i bozzetti per le diverse località , medesimi gli stili, medesime le icone poste a significare situazioni anche sostanzialmente diverse tra loro.

Standardizzazione, normalizzazione nelle immagini, ma soprattutto nei testi degli opuscoli pubblicitari. Un "genere" per il quale si definì ben presto una retorica a base di genericità e di luoghi comuni che rendeva perfino indistinguibile una località dall’altra. Fino ad arrivare, come nel caso della serie di "monografie illustrate dei luoghi pittoreschi e artistici d’Italia" realizzata nella metà degli anni Venti dall’editrice Novissima per conto dell’Enit, ad usare le medesime parole e le medesime descrizioni per località diverse. E’ il caso, uno dei tanti, dei brani riportati nella nostra antologia per la pubblicità di Riccione e di Cattolica.
Una standardizzazione, sia nella retorica del linguaggio scritto, sia in quello delle immagini, a cui contribuì non poco l’intervento dell’Enit, con le sue campagne pubblicitarie a base di manifesti ed opuscoli, realizzate a partire dagli anni Venti.
Per ovviare al rischio di venir "normalizzate", non furono rari i casi alcune località che bandirono concorsi per la realizzazione di manifesti e di materiale pubblicitario. Ed è il caso, uno dei tanti, di Rimini con il suo concorso del manifesto per la stagione 1922, a cui parteciparono venti artisti di fama e che fu vinto da Marcello Dudovich con il bozzeto della donna sul delfino rosso.
Accadeva anche che, nel corso delle mostre di pittura che si svolgevano durante l’estate nei Kursaal delle varie località, venisse assoldato sul campo qualche pittore che esponeva per realizzare il manifesto della stagione successiva. Ed è il caso di Dante Comelli con il suo manifesto per Cattolica. Talvolta, come nel caso di De Carolis per il manifesto di Rimini del 1921, ci si rivolgeva a pittori di sicura fama.

Il problema della pubblicità, attorno agli Venti, anche per la crescente concorrenza tra le varie località, era fortemente sentito. Lo dimostra anche un anonimo cronista riminese del Popolo di Romagna, con un suo articolo del 27 novembre 1926. Sotto il titolo "L'industria balneare ed il problema della pubblicità", con argomentazioni e lucidità sorprendentemente moderni, compie una esame critico della politica promozionale della spiaggia di Rimini: "Si può pensare così d'acchito che l'arte della pubblicità sia una cosa semplice, ma ci si sbaglia di grosso. Ormai, per effetto della civiltà capitalista nella quale siamo immersi, la pubblicità è diventata una scienza complicata e sottile, come si conviene ad un'arma che deve servire a vincere la furibonda e colossale battaglia della concorrenza e del commercio". Tra le varie forme di pubblicità che prende in considerazione, i manifesti hanno il primo posto: "I cartelloni, per avere fortuna, devono essere di autori in voga e specializzati, grandissimi di formato, distribuiti in grandissima copia. I colori devono essere violenti e la raffigurazione di nettissimo rilievo." Giudica invece le insegne luminose di scarsa utilità , perché ormai talmente generalizzate da perdere moltissimo della loro "potenza"; in ogni caso, piazzate in buona evidenza "a Vienna, Praga, Budapest, Berlino, Roma e Milano", avrebbero potuto essere ugualmente di una qualche efficacia. A poco, secondo lui, potevano servire gli opuscoli: "opuscolo, per etimologia, vuol dire cosa piccola e la réclame vuole invece cose grandi". Indispensabile considerava invece la presenza sui quotidiani, sui periodici, nei romanzi e nei films, specie quando la forma non appariva dichiaratamente pubblicitaria: "intendiamo quella pubblicità speciale che senza una parola di réclame sa mettere la cosa in una luce tale da ispirare nel pubblico una spontanea ammirazione e desiderio di goderla". Utilissime considerava infine, le cartoline illustrate: "Il bagnante in genere ci tiene a dimostrare che ha scelto bene il luogo delle sue vacanze e invia come prova le cartoline più belle che può trovare. A Rimini le cartoline fanno pietà. Bisognerebbe chiamare un fotografo specializzato e mettere in commercio qualche serie di cartoline realmente artistiche e belle". Sapeva anche di misurarsi con persone certamente poco inclini a considerare la pubblicità come investimento: "Quei signori che dicono e pensano che la réclame è inutile sono pregati di ricordarsi che l'epoca aurea della nostra spiaggia si identificò colla gestione della società Milanese che seppe in un paio d'anni, a base di una propaganda fantastica, lanciare la nostra spiaggia fra le più rinomate e le più aristocratiche d'Europa. La spiaggia languì sempre, prima e dopo il periodo milanese; e milanese, tutti lo sanno, fu sinonimo di pubblicitario; così, se si vuol rivedere per i viali di Rimini l'immensa elegantissima folla cosmopolita del 1911, 12, 13, 14, non bisogna affatto lesinare le spese della réclame, ma sempre più svilupparle in quantità e qualità."
E non dimentica di lanciare infine un entusiastico plauso al podestà della città che, "con passo fascistissimo" proprio in quei giorni aveva tassato i proprietari di alberghi, di ville e pensioni, i commercianti e le banche, per costituire un fondo per la pubblicità balneare da affidarsi al locale Sindacato della Stampa.
Fino a quel momento, e continuerà così anche in seguito, a pagare i manifesti e la pubblicità turistica delle stazioni balneari, specie di quelle più piccole, erano chiamati gli enti pubblici, magari incitati da petulanti comitati sempre pronti a protestare. E sarà così a Grado, a Fano, come a San Benedetto del Tronto a Pesaro o a Lignano Sabbiadoro. Salvi, appunto, i rari casi della Smara a Rimini, e della Ciga al Lido di Venezia.
A proposito del Lido, va ricordato un episodio che testimonia la lungimiranza e la sensibilità nei confronti del problema della comunicazione degli operatori già nel primo decennio del secolo. Così racconta Achille Talenti nel suo libro Come si crea una città del 1921: "dove più accorta si dimostrò la mente organizzatrice dello Spada e più intenso il suo amore per Venezia, fu nell’occasione dell’epidemia colerica del 1911. Ai primi casi si trovava sulle rive dell’Atlantico a Biarritz...; da un telegramma appeso all’entrata del Casino apprende la notizia e comprende subito che oltre che dolorosa per sé, diveniva pericolosa per l’Italia a causa dell’uso che ne veniva fatto all’estero. Abbrevia il suo giro d’ispezione ai vari siti più noti d’Europa e torna a Venezia che ormai era stata disertata da ogni ospite... Le notizie astutamente e vilmente diffuse specialmente in Svizzera, Austria, Ungheria, Germania, facevano sì che nessuno più venisse in Italia, e specialmente a Venezia... L’annata dell’11 era ormai perduta, ma necessitava provvedere energicamente perché il danno non si ripercuotesse nel prossimo anno 1912." Nicolò Spada organizzò un comitato di difesa sotto l’insegna della "Pro Venezia" che assoldò giornalisti, e impiantò un efficentissimo ufficio stampa che si mise a tempestare di articoli e di comunicati rassicuranti tutte le maggiori testate internazionali. "L’abile provvedimento ebbe successo completo e, malgrado serpeggiasse ancora qualche isolato caso di colera, l’annata del 1912 fu salvata... rendendo la stagione al Lido di quell’anno una delle più brillanti."
Ma a parte questi casi eccezionali, nonostante il crescente impiego della fotografia e del cinema anche nella pubblicità, il manifesto litografico manterrà saldo il suo primato nella comunicazione fino al secondo conflitto mondiale. Più che all’acquisto di un "prodotto", invitava a concedersi un sogno. Più che di vacanze, i suoi colori e i suoi segni parlavano di un paradiso terrestre in riva al mare che chiunque poteva raggiungere e dove chiunque poteva liberarsi dalla noia o dall’incubo del quotidiano.

QUALI SOGNI, QUALI SEGNI
E’ davvero un canto delle Sirene, quello dei manifesti. Ed ancora più vero quando il loro canto invita ai piaceri del mare. Sirene che fanno la loro apparizione con le estremità pinnate, oppure sanno trasformarsi in ammiccanti e formose bagnanti. Certo, come in ogni forma di pubblicità visiva, anche in quella delle spiagge e delle marine, il soggetto più usato è quello femminile. Ma mentre nella pubblicità in genere, per attirare il passante e convincerlo della bontà di un liquore o di un lucido da scarpe, era necessario mascherare seni e glutei con coperture allegoriche o mitologiche, nelle proposizioni balneari le fattezze femminili diventavano la naturale referenza del prodotto da pubblicizzare. Al mare, avvertivano manifesti e locandine, sotto i raggi del sole, sulla spiaggia morbida, potrete trovare bagnanti sorridenti e graziose che possono mostrare, senza offendere il comune senso del pudore, braccia, gambe e linee sinuose. Spiaggia e bagni: oasi di piacere, di salute e di libertà. Ove la morale ed il costume avrebbero allentato volentieri le loro regole per concedere svago e piacere a quei tanti borghesi che trascorrevano le lunghe ore invernali dedicate al lavoro inseguendo proprio il sogno di una vacanza che li liberasse delle quotidiane convenzioni.

Un'altra costante nella propaganda balneare è la descrizione, più o meno velata, più o meno implicita del mare, della spiaggia, del panorama. Del patrimonio naturale, insomma. Nonostante i tentativi di esaltare le prerogative particolari dei luoghi - i monumenti di Rimini antica o di Venezia, le acque di Viserba, le vele d’Abruzzo o la pineta di Cervia - , ciò che emerge dalle proposizioni delle singole località riporta sempre, anche solo con semplici citazioni, all'immagine di zone franche tra terra e mare, di strane città dove l’imperativo che sembra regnare è quello del piacere e del divertimento. Di spiagge, di territori che permettono di liberare il corpo e la mente dalle convenzioni. Con estrema facilità e naturalezza.

L’analisi, anche sommaria, della struttura dei manifesti proposti nel nostro repertorio adriatico, richiederebbe da sola una trattazione specifica. I temi che si susseguono abbracciano tutto ciò che l’immaginario può percepire come attraente: ed è l’offerta dell’emozione, del mito, del passato, della cultura e dell’arte, della natura. Del clima, del ludus, della qualità della vita, della tranquillità, della scoperta, o riscoperta, del corpo, della salute. Del piacere di vivere insieme agli altri fuori dalle convenzioni del lavoro. Dell’originalità e della convenienza.

Se il turismo in genere, è evasione, la vacanza marina è liberazione. Una liberazione che inzia con l’atto materiale dello spogliarsi dei vestiti, per terminare con quell’identificazione in un "otium" che si può raggiungere, e facilmente, con la discesa in acqua per un bagno, o con la totale immobilità per l’offerta del corpo ai raggi del sole. O con i giochi più o meno innocenti sulla riva, o ammirando un panorama. Oppure ascoltando la musica al chiaro di luna. A seconda della cultura e della sensibilità del momento e le possibilità di offerta del luogo.

Rileggendo l’insieme della serie adriatica dei manifesti balneari, risulta evidente la diversa connotazione e il diverso modo di proporsi dei quattro poli identificati come tali per le loro radici storiche: l’imperial regia riviera, l’isola incantata, la costa gioiosa, la costa gentile. Ciò, naturalmente, per il periodo preso in esame. Ed è semplice, con questa matrice di decodificazione, recuperare la coerenza e la continuità nella comunicazione di queste anime diverse. Senza rimandare il pensiero all’unico grande mare dominato dal leone di San Marco e a una spontanea retorica, sembra anche facile leggervi i segni comuni di un’unica appartenenza, quella adriatica. Appartenenza geografica, culturale e storica. Anche in fatto di bagni e di turismo.

visita alla galleria dei manifesti pubblicitari della Riviera adriatica

Copyright © 1997 romagna arte e storia s.a.s., Rimini, Italy. E' consentita soltanto la consultazione in linea.
Aggiornato il 03/04/99. balnea@rimini.com
este anime diverse. Senza rimandare il pensiero all’unico grande mare dominato dal leone di San Marco e a una spontanea retorica, sembra anche facile leggervi i segni comuni di un’unica appartenenza, quella adriatica. Appartenenza geografica, culturale e storica. Anche in fatto di bagni e di turismo.

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