Maria Carolina di Berry, figlia di Francesco I, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone, in una afosa giornata d'agosto del 1824, trovandosi a Dieppe, in Francia, decise di cercare reftigerio nelle acque inoltrandosi, accompagnata dal medico, in mare munita di cappello, ombrello, guanti, ben protetta da un abito di panno pesante, difesa da calze di lana e scarpe di vernice. L'evento ebbe molti testimoni, lo "scandalo", nonostante le precauzioni, fu discreto.
In verità non era la prima, del suo rango, sul continente europeo a ciinentarsi con il mare. Nel 1812 la regina d'Olanda, Ortensia di Beauharnais, era approdata a Dieppe, dove da tempo si praticava la talassoterapia, sfidando le onde. Stessa pompa e stesse precauzioni; identica la fitta schiera di accompagnatori e assistenti che facevano ala al regale bagno. Tuttavia c'era una differenza fondamentale. La madre del futuro Napoleone m era entrata in mare rivestita di tutto punto con un completo di lana color cioccolato composto di una tunica e di pantaloni che cadevano sino ai piedi. Una sorta di saio penitenziale, che chiaramente alludeva ai rischi morali di tale atto, la cui motivazione era esclusivamente salutare, terapeutica. E bagno marino della duchessa di Berry s'inseriva invece già in un contesto diverso. Il suo costume per quanto fosse un "vestito da bagno" identificava infatti un indumento ad hoc, pensato per una pratica specifica: per quelle attività balneari la cui scena in poco più di dieci anni era completamente mutata. Nel 1822 a Dieppe era stato infatti inaugurato uno splendido stabilimento: le teorizzazioni idroterapiche s'intrecciavano ormai con le disposizioni mondane e le richieste di divertimenti che ispiravano le villeggiature marine dell'aristocrazia francese e più in generale continentale.
Con vezzo caro alla storia della moda si può dunque affermare che è con il bagno di Maria Carolina di Berry che è stata inaugurata una stagione non ancora conclusa: quella della riconciliazione della società occidentale con il mare e quella della "scoperta", della reinvenzione del corpo, specialmente del corpo femminile. Processi questi puntualmente evidenziati dall'evoluzione del costume e dei costumi balneari.
Come è noto e documentato in altre parti di questo libro, la moda dei bagni di mare cominciò ad assumere un aspetto organizzato tra il 1820 e il 1830. Sul continente europeo come in Inghilterra dove tale moda era stata tenuta a battesimo. Da Brighton all'isola di Wight - dove nel 1846 cominciò a soggiornare regolarmente a ogni stagione la regina Vittoria nella confortevole e riservata House Osborne - sorgevano sempre nuove stazioni balneari; ognuna d'esse dotata di passeggiata lungomare su cui si affacciavano alberghi e ville, il chiosco per la musica, il caffè, il teatro per il varietà. Solo la spiaggia continuava a essere un luogo molto poco addomesticato. "L'ora per il bagno - scriveva un giornale di Eastbourne agli inizi della lunga era vittoriana - è abitualmente quella dell'alta marea. Una campana suonando invita le donne a raggiungere le cabine". Robuste "bagnine" del luogo spingevano le occasionali nereidi a subire la doccia delle onde. Nereidi che non avevano alcuna bellezza, infagottate com'erano in costumi fatti apposta per dissimulare le forme. La bagnante di metà '800 dunque - a differenza degli uomini che si immergevano naturalmente del tutto nudi - entravano in mare innaturalmente del tutto vestite: ampi camicioni, lunghi pantaloni di lana e, ovviamente, cuffie, scarpe e calze. Tutto questo strideva con l'immagine elegante che esse offrivano all'ora della promenade, con i loro larghi cappelli di paglia, i corsetti aderenti, le gonne a volanti e gli ombrellini che proteggevano il candore dell'incarnato. Ma era quanto bastava perché, lentamente ma in maniera sensibile, le signore in villeggiatura incominciassero ad adottare, prima e dopo il bagno, abiti più disinvolti, in parte ricalcati su quelli maschili, con grande scandalo dei giornali più conservatori timorosi che al mare non si potessero più distinguere gli uomini dalle donne. Tuttavia la vita da spiaggia divenne più promiscua. Le donne accorciavano o addirittura perdevano qualche sottoveste e corsetto di troppo, mentre gli uomini dovettero adattarsi a indossare, anche loro, un "vestito da bagno".
Attorno al 1860, anche la colonizzazione dei litorali italiani, sull'esempio di quelli mediterranei francesi, in seguito ribattezzati Costa Azzurra, procedeva dando forma ai desideri anglofili di villeggiature balneari dell'aristocrazia nazionale. Ma dovranno passare alcuni decenni - ben oltre dunque l'unità geografica e politica del paese - prima che "L'Illustrazione Italiana" potesse registrare una presenza al mare paritetica di stranieri e di italiani, essendo questi ultimi resti ai richiami della stagione dei bagni. Giocavano in questa direzione molteplici fattori: la mancanza di un costume mentale capace di valorizzare l'esercizio fisico e sportivo; lo stretto avviluppo dei lacci del pudore; il persistere di una diffusa paura nei confronti dellazione dei raggi del sole. L'abbronzatura restava infatti una caratteristica delle classi inferiori, di chi lavorava allaria aperta, contadini, muratori, marinai. Va da sé che signori e signore difendessero strenuamente il pallore e la decenza: cappelli e cuffie, camicie e camicioni, accappatoi, quando non veri e propri vestiti con strascichi, falpalà, guanti, calze, scarpette, parasole e in certi casi anche caschi muniti di veli, in tutto simili a quelli coloniali in uso presso le truppe distaccate in Africa. Per registrare una prima sensibile svolta bisogna attendere l'ultimo decennio del secolo, quando la gonna e i pantaloni sotto la gonna dei costumi da bagno si ritirarono fino al ginocchio. Quasi d'obbligo il colletto aria marinara, sia per le signore che per i signori, i quali però ben presto scoprirono la comodità dei costumi interi, manica tre quarti, così come i pantaloni, in tinta unita oppure a righe trasversali. Costumi molto comodi perché consentivano libertà di movimento e soprattutto di esibizione, ovviamente solo per quei signori "sportivi" dal fisico robusto e ben scolpito.
Bagnante castigatissima dunque quella di fine secolo. Almeno all'apparenza, perché in realtà essendo il tessuto principe la maglia di lana, dopo il bagno il costume aderiva e dava sagoma a ogni particolare anatomico di chi lo indossava, al punto da lasciare scarsissimo margine alla fantasia. Scriveva D.A. Parodi su "L'Illustrazione Italiana" nel 1890: "I nuotatori in mutandine bianche e quadrettini bleu v'insegnano gratis anatomia alle ragazze curiose, che poi la notte non possono dormire e sognano di non essere sole e si alzano la mattina dopo con gli occhi sbattuti". Del resto le ragazze ricambiavano la cortesia, non si sa se con più imbarazzo o più malizia. Tanto più dopo il 1904, ovvero dopo la "révolution Poiret" che prese avvio quando l'omonimo e celebre sarto parigino impose l'abolizione di busti e corsetti. Nulla doveva più essere frapposto fra la maglia e la pelle: il corpo si scioglieva dentro l'abito. Ma ormai le spiagge erano diventate il luogo della trasgressione autorizzata. Sia pure con estrema differenza da luogo a luogo. Tanto che ad esempio in Germania alle bagnanti era fatto obbligo di portare un accappatoio lungo sino al collo dei piedi prima e dopo il bagno, e in Argentina agli uomini era imposta una canottiera lunga almeno fino sotto le cosce.
L'universo balneare era però ormai legittimato nel costume e le principali riviste dedicavano alla moda da spiaggia apposite rubriche con consigli di stile e di bellezza. Il comune senso del pudore stava perdendo molta della sua ottocentesca sensibilità pruriginosa. Incominciava a diventare di moda il nuoto, prima per gli uomini naturalmente, e poi, a debita distanza, per le donne. Arrivavano i primi e più liberi costumi americani che hanno inaugurato i riti moderni solari, lungo le coste della Florida, a Palm Spring e a Cocoa Beach. "Manie americane" riferiva la "Domenica del Corriere" con corredo di copertine disegnate da Beltrame.
Ma la liberalizzazione era pur sempre lenta. La nuotatrice australiana Annette Kellerman si guadagna nel 1906 un posto nella storia del costume, anch'essa come Maria Carolina di Berry. Durante una esibizione negli Stati Uniti si presentò con un costume intero, molto semplice e funzionale, che lasciava scoperte le cosce. Fu subito arrestata, multata e rimpatriata. La solita sfortuna degli anticipatori.
Ma intanto era accaduto qualcosa d'altro. I collegamenti ferroviari portavano i villeggianti al mare ed era sempre meno facile per gli esponenti della ristretta cerchia dell'alta società isolarsi e difendere dall'assalto dei ceti borghesi i rituali un tempo esclusivi. Scriveva Proust in All'ombra delle fanciulle in fiore: "A quelle fanciulle giovava anche quel mutamento delle proporzioni sociali che è tipico della vita balneare. Tutti i privilegi che nel nostro ambiente abituale ci prolungano, ci ingrandiscono, divengono là invisibili, di fatto soppressi; in cambio gli esseri a cui si attribuiscono indebitamente privilegi simili vengono avanti ampliati da una estensione fittizia".
Si registrava una svolta epocale nei costumi sociali di tutta Europa. Ed era determinata dalla guerra. Le attività balneari durante il conflitto si riducevano a ben poco. La moda era indirizzata agli obbligati risparmi. Ma le donne, intanto, rimpiazzavano in molte attività gli uomini chiamati alla guerra. Lo stato di necessità imponeva abiti molto pratici, tramontavano definitivamente busti, corsetterie e le ultime memorie della crinolina. La bicicletta era ormai un veicolo universale e le donne che stavano al volante non erano più soltanto delle eccentriche. Alla fine del conflitto sulle spiagge riapparirono i costumi d'anteguerra. Ma fu una breve stagione. Anche perché intanto negli Stati Uniti, dove i rigori della guerra erano stati vissuti direttamente, le consuetudini si erano evolute e le "manie americane", cominciavano a influenzare le "manie europee". E così che approdò in Europa la generazione del jazz e quella del charleston. Assimilata la "révolution Poiret" era ora il momento della "révolution Chanel". Coco Chanel negli anni '20 si fece portabandiera di un cambiamento radicale che, peraltro, era già nell'aria. Fece scoprire a tutti che uomini e donne erano più belli se abbronzati. Anche se per conto suo continuava a portare i guanti di filet, perché il candore della mani era ancora una buona segnaletica per far intendere la lontananza dal lavoro manuale.
Ad ogni buon conto tramontava la stagione dei veli, dei parasole, delle calze e delle scarpe. La donna al mare "inventata" da Chanel era androgina, calzoncini corti e canottiera lunga, braccia nude, scollatura decisa. In compenso esplodeva la moda del pigiama da spiaggia nei tessuti più vari. Il settimanale umoristico inglese "Punch" offriva vignette satiriche, con uomini avvolti in ampi accappatoi, quasi con la sottana, e signore sottili, mascoline, in giacca e pantaloni. Al mare le donne trovavano la loro prima legittimazione a indossare il più caratteristico degli indumenti maschili.
Il mare diventava anche il nuovo campo aperto per il culto degli sport nautici e per certe esibizioni edonistiche. D'Annunzio si fa ricordare al Lido dell'Excelsior a Venezia per le sue cavalcate nell'acqua all'alba assieme alla donna di turno, nudo lui, nuda anche lei e con i capelli sciolti. Un eroe locale era Cleanto Scarpa: cavallerizzo, uomo dai muscoli possenti, gestiva con rudezza da sergente un maneggio dove le villeggianti accorrevano attratte dal fascino del domatore. Come sempre i precetti morali facevano tutt'uno con quelli salutari. Il periodico "La Maglia" raccomandava alle signore di possedere almeno due costumi da bagno, onde evitare di dover stare sulla spiaggia con un indumento bagnato. Ed era un suggerimento che tendeva a favorire i fabbricanti di tessuti e i custodi della decenza. Sempre su "La Maglia" quasi un grido di allarme: "I costumi da bagno tendono a zero. Trionfo della nudità. Cosa sarà nel 1933?".
S'annunciava la stagione del costume Jantzen, di lana elasticizzata, che scolpiva e conteneva il corpo e non si deformava una voha bagnato. Ester Williams usava soltanto Jantzen. Sui giomali italiani si rimproveravano gli esterofili..
Ben presto il "lastex" consentirà di far concorrenza aria produzione americana.
Le novità merceologiche consentivano piccole mirabilie prima inconcepibili. La tenuta da spiaggia per le donne comportava ora scollature anche inverosirnili sulla schiena, mentre il comune senso del pudore teneva ancora sotto controllo il petto con scollature molto più castigate (nella puritana Germania, però, i regolamenti proibivano eccessive esibizioni della schiena). I modelli da uomo e da donna si unificavano sempre di più. Ma ben presto sull'"Illustrazione Italiana" si sottolineerà che sulle spiagge, vi sono ormai molti più uomini a torso nudo che portati all'uso della canottiera. Ma le conseguenze più immediate di questa piccola rivoluzione stavano nella grande fortuna di cosmetologi e dietologi. Era ormai disdicevole esibire un corpo grassoccio e male abbronzato. Il sole a ogni stagione guadagnava centimetri su centimetri: corpi sempre più nudi sulle spiagge, mentre si inventavano i costumi traforati per fare spazio all'abbronzatura. Marta Abba diede scandalo nel 1932 a Castiglincello presentandosi in un due pezzi, ben lontano dalle arditezze del bikini ma per l'epoca certamente scandaloso. Rivoluzione solare e liberazione dei costumi balneari avanzavano di pari passo.
Scriveva un anonimo profeta nel giugno del 1932 sul "Corriere della Sera": "Bisogna riconoscere che la maglia unica è stata una riforma storica: da una complicata combinazione di palandrane e pantaloni, si è passati di colpo alla tenuta da circo equestre: un centimetro di bretella sulle spalle, molta schiena esposta, libertà di estendere fino alle ultime vertebre la salutare azione dei raggi ultravioletti. Ora siamo alla vigilia di una nuova conquista. Essa potrebbe enunciarsi così: il diritto alla rosolatura bilaterale. La concessione fatta alla schiena è un precedente grave. La controparte condannata all'ombra freme di indignazione e di impazienza: reclama anch'essa il sole, se non altro in nome di un principio estetico. E innegabile che a fine stagione una graziosa bagnante dei nostri giorni sembra una sogliola che una cuoca si sia dimenticata di rivoltare nella padella".
La profezia tarderà ad avverarsi. Il mondo era turbato da altro che dalla voglia dell'ombelico scoperto. Mussolini mandava i suoi soldati in Abissinia e la Gran Bretagna nel novembre del 1935 applicava le sanzioni contro l'Italia. Declinava il turismo straniero sulla penisola mentre il Lido di Venezia cessava di essere la spiaggia più ricercata del mondo. Edoardo VIII con il suo yacht Nahlin faceva rotta sulle coste dalmate. A bordo del Nahlin tra gli ospiti c'era Waliy Simpson con i suoi costumi interi a fiori, di tessuto arricciato. Un costume così val bene un regno. E ad abdicare non fu solo Edoardo VIII ma, ben più grave, i valori universalistici di pace e di umanità. Incombevano gli anni cupi della guerra e della lotta al nazismo e al fascismo. Tutto diventava autarchico. Se gli abbigliamenti da bagno perdevano qualche centimetro e qualche tratto di grazia lo si doveva alla necessità di fare economie.
Il dopoguerra tuttavia non fu meno gramo. Costumini di cotonina, prendisole di piccola sartoria. L'abito fatto era ancora un prodotto povero. Ma subito nei costumi da bagno si inserì un tema rivoluzionario, propagandato con termini di guerra.
L'ingegnere svizzero Louis Reard lanciò a Parigi, il 18 luglio 1946, il Bikini. Il nome era quello dell'atollo dove gli americani avevano fatto esplodere la prima bomba atomica del dopoguerra. La leggenda vuole che Reard si sia ispirato a uno schizzo mostratogli da un ufficiale statunitense che riproduceva un costume portato dalle donne di popolazioni residenti vicine all'atollo di Bikini. Comunque quel costume fu una bomba: si scopriva l'ombelico e parte del ventre, mentre il reggiseno si riduceva ai minimi termini. Era questo il segnale dell'inizio dell'era balneare, anche se sarebbero occorsi altri anni ancora perché l'uso del "due pezzi" si diffondesse a livello di massa. Auspice non più il mondo di re, duchi e principi, ma il nuovo olimpo delle star cinematografiche.
Erano loro ora, le Diana Doors - che si fa ritrarre nel 1955 a Venezia con bikini di visone su di una gondola - le Marylin Monroe - che però preferiva ingombranti costumi interi, magari decorati con strass e bigiotteria varia e fatti con tessuti lucidi in genere molto poco accattivanti - a dettare modi e tempi della seduzione. Gina Lollobrigida, Marisa Allasio, Silvana Pampanini furono le prime dive italiane a comparire in "due pezzi" sullo schermo. Costumi che oggi sarebbero giudicati piuttosto castigati, con anche il difetto di tagliare a un certo punto l'anca togliendo snellezza al corpo. Ma l'esplosione vera e propria la produsse Brigitte Bardot in Et dieu créa la femme di Roger Vadim. Quel suo corpo di adolescente esibito con un miscuglio di protervia, di malizia e di innocenza fece la fortuna del bikini, diventando un modello di comportamento per tutte le ragazze. I più famosi bikini della Bardot erano di cotone a quadretti rosa, orlati con merletti di sangallo, a ombreggiare quel suo seno sorretto e offerto dal reggiseno a balconcino.
Era il 1956, l'invito delle organizzazioni cattoliche ai produttori perché limitassero nei loro modelli lo scandalo, fu disatteso; inutile fu la fatica dei vigila urbani inviati per le spiagge a misurare i centimetri delle mutande delle bagnanti per verificare che non fossero al di sotto dei regolamenti. Ormai aveva vinto il sole. E costume da spiaggia più ambito diventerà di lì a poco nella fantasia di quasi tutti, l'abbronzatura integrale. Il due pezzi altro non era ormai che un accessorio messo a decorare e a sottolineare alcuni punti strategici del corpo, quasi più a rimarcarli che a nasconderla. E anche gli uomini si adeguarono riducendo al minimo i loro slip da bagno, identificando, chiaramente, la tendenza allo stile unisex. La ventata libertaria degli anni '60, percorsa da fremiti e sussulti giovanili esplosivamente mischiati con la rivoluzione sessuale, soffiava anche sulle spiagge. Fra svolte epocali - la minigonna - e mode folgoranti - il nudelook -, fra proteste generazionali, scandite dalla musica dei Beatles e dei Rolling Stones, ed eccessi d'ogni tipo, si giungeva all'ultimo atto della guerra di liberazione balneare.
Negli stessi anni nei quali i "figli dei fiori" si presentavano completamente nudi sulle spiagge, tetragoni agli arresti e a ogni sussulto di pudore, il parrucchiere e stilista inglese Vidal Sassoon si senti autorizzato a lanciare il topless. Un paio di mutandoni sorretti da due bretelle che lasciavano del tutto scoperto il seno. Il risultato non era molto elegante, ma l'idea colpì la fantasia delle più e anche delle meno giovani.
Se quella era la moda, bastava togliere il pezzo superiore del bikini e il gioco era fatto. Nacque il monokini. Era il 1964. Su questa brigante idea si innescò la fantasia di Elio Fiorucci, milanese, amatissimo anche dagli americani che lo chiamano "Faioracci", che aggiungendo stringhe, riducendo stoffa, fornendo l'alibi di un pareo e orecchini di plastica contribuì a completare l'opera. Nel 1974 lo stilista genovese, residente in Brasile, Carlo Fiaccardi, lancia il tanga: un triangolino di stoffa sul davanti allacciato da un nastrino che passa tra le natiche sulla schiena, una parvenza di reggiseno. Non tutte se lo possono permettere, ma molte ci provano con maggiori o minori dosi di tessuto, ma pur sempre di gusto filatelico.
Con gli anni '80 si registrano soltanto variazioni sul tema: mutandine sgambatissime per dare slancio alla figura; costumi interi, di tessuto artificiale, sottile come la pelle di cipolla, che però si possono arrotolare sino al fondo schiena e anche più giù, secondo i gusti personali. La lana e il cotone sono ormai rimpiazzati da tessuti sintetici che meglio si prestano a simili esercitazioni. Questa però non è più storia ma cronaca. Da vivere più che da raccontare. Anche se tutto sembra annunciare che è giunto il tempo di ricoprirsi.
Matilea Somaré e Marco Sorteni
Articolo apparso in "Lido e
Lidi, società, moda, architettura e cultura balneare tra passato e futuro", Venezia
1989
Pubblicato per gentile concessione di Marsilio Editori spa, Venezia.